Impianto e coltivazione del frutteto (Parte 1)

A) Introduzione
L’impianto del frutteto, è un’operazione agronomica, dettata da caratteri di ordine:

  1. Tecnico e agronomico.
  2. Economico.
  3. Territoriale (vocazione ambientale).

Tutto questo deve tenere conto anche della durata media degli impianti arborei (pluriennali), che nelle specie arboree più comuni è di:

  • 10 – 15 anni (pesco).
  • 15 – 20 (melo, pero e vite).
  • 30 – 40 anni (agrumi).
  • 50 anni e oltre (olivo).

Altri caratteri da tenere conto per il successo di un impianto arboreo, sono:

  1. Vicinanza con strutture di commercializzazione, lavorazione e trasformazione del prodotto.
  2. Mercati all’ingrosso in cui si possa collocare il prodotto.
  3. Possibilità di vendita del prodotto in azienda.
    Mercati locali di filiera corta.
  4. Assistenza tecnica fornita da enti pubblici e/o liberi professionisti.
  5. Vincoli legislativi che regolano gli impianti arborei
    Normative comunitarie, nazionali, comunali e delle unioni dei comuni che impongono scelte precise per la scelta delle cultivar e dei sesti d’impianto.

La produzione del frutteto, è il risultato dell’interazione di tre fattori:

  1. Pianta (cultivar e/o portinnesto).
  2. Ambiente (clima e terreno).
  3. Tecnica colturale.

Per poter ottenere di conseguenza la migliore qualità della produzione, l’impianto del frutteto deve essere avvenire in zone vocate, cioè laddove la pianta riesce ad esprimere al meglio le sue potenzialità vegetative e produttive.
Tutto ciò può avvenire in:

  • Macrozone (es. regioni e/o province).
  • Microzone (es. comuni o zone di ridotta dimensione).

La produzione di un determinato impianto arboreo, implicherà di conseguenza anche scelte appropriate riguardo al:

  1. Clima
    a) Pioggia.
    b) Neve.
    c) Grandine.
    d) Temperatura.
    e) Vento.
    f) Inquinamento.
  2. Terreno
    a) Analisi del suolo.
    b) Operazioni d’impianto.
    c) Sistemazioni idraulico – agrarie.
    d) Drenaggio.
  3. Cultivar e portinnesti
    a) Forme di allevamento.
    b) Sesti d’impianto.

B) Clima
Il clima della zona in cui fare l’impianto arboreo, deve essere favorevole alla specie e alla varietà da impiantare.
I parametri climatici da prendere in considerazione sono:

  1. Idrometeore
    i) Pioggia.
    ii) Neve.
    iii) Grandine.
  2. Temperatura
    i) Freddi invernali
    ii) Gelate primaverili.
    iii
    ) Alte temperature.
  3. Vento.
  4. Inquinamento.

B.1) Pioggia
Per quanto riguarda la pioggia, i parametri da prendere in considerazione per eseguire correttamente l’impianto arboreo, sono:

  • Piovosità annuale.
  • Piovosità mensile.
  • di giorni di pioggia.

L’analisi di questi parametri deve scaturire da medie di almeno 30 anni.
Questo è importante per procedere a:

  • Sistemazioni idraulico – agrarie e drenaggio per lo smaltimento delle acque in eccesso (periodi piovosi).
  • Irrigazione (periodi siccitosi).

B.2) Neve
Raramente provoca danni, ma nelle zone del nord Italia nevicate autunnali precoci quando sulla pianta sono presenti ancora le foglie, possono provocare:

  1. Rotture di rami e branche.
  2. Schiacciamento di vigneti allevati a pergola.
  3. Rottura alle reti antigrandine aperte.

Il danno che può riguardare sia piante sempreverdi che a foglia caduca, può essere facilmente evitati attraverso una potatura preventiva in modo da alleggerire la chioma della pianta.

B.3) Grandine
E’ l’avversità meteorica più pericolosa che crea grossi danni e preoccupazioni al frutticoltore, soprattutto nel periodo primaverile – estivo.
I danni all’impianto arboreo, sono variabili in base a:

  1. Tipo di grandine
    i) Durata della grandinata.
    ii) Intensità della grandinata.
    iii) Grandezza dei chicchi.
  2. Altri eventi meteorici
    i) Pioggia (attenua il danno).
    ii) Vento (accentua il danno).
  3. Specie e varietà
    i) Fase fenologica della pianta.
    ii) Forma d’allevamento.
  4. Tecnica colturale prima e dopo la grandinata.

La grandine provoca danni principalmente agli organi verdi della pianta.
Riferendosi alla vegetazione, avremo:

  1. Foglie
    Lesioni e rotture più o meno accentuate, con riduzione dell’attività fotosintetica.
  2. Rametti e gemme
    Ferite e lacerazioni che si protraggono anche negli anni successivi.
  3. Fiori
    Lesioni più o meno marcate con impedimento al processo di fecondazione.
  4. Frutticini appena allegati
    Ferite che cicatrizzano con successiva deformazione del frutto e cascola precoce in caso di grandine grossa.
  5. Frutti in maturazione
    Ferite che si cicatrizzano difficilmente, su cui si insediano patogeni fungini agenti di marciumi.

I mezzi di difesa contro la grandine, possono essere:

  1. Attivi
    A loro volta, suddivisi in:
    a) Diretti (reti antigrandine e tecnica colturale).
    b) Indiretti
    (razzi esplodenti, cannoni ad onda d’urto e sostanze chimiche nucleanti).
  2. Passivi (assicurazione del frutteto).

Tra i mezzi diretti attivi, ricordiamo:

  • Reti antigrandine

E’ attualmente il metodo più sicuro per proteggere il frutteto dai danni da grandine a causa dell’imprevedibilità del fenomeno meteorico. Risulta però anche il più costoso.

  • Tecnica colturale

Consiste nell’esecuzione di semplici pratiche agronomiche, consistenti in:

  1. Trattamenti con prodotti rameici, per difendere la pianta dai marciumi fungini e favorire la cicatrizzazione delle ferite.
  2. Operazioni di potatura verde per eliminare i frutti danneggiati.
  3. Potature energiche, per stimolare la vegetazione e la produzione l’anno successivo.
  • Razzi esplodenti

Venivano impiegati tra il 1960 e il 1970 e basavano il loro principio, che il razzo esplodendo nella nube grandinigena la sconvolgeva al punto tale da evitare la formazione dei chicchi.

  • Cannoni ad onda d’urto

Impiegati dal 1980 in poi, sono caratterizzati da cannoni a forma di cono rovesciato che provocano dei boati i quali al loro volta generano delle onde d’urto, capaci di sconvolgere le nubi e ostacolare la formazione della grandine.

  • Sostanze chimiche nucleanti

Si basano sull’impiego di prodotti a base di ioduro d’argento (AgI) o ioduro di piombo (PbI2) distribuiti in aria tramite mezzi aerei o fornelli da terra. Le polveri danno origine a nuclei di condensazione, su cui si concentra che formerà piccolissimi chicchi di grandine, che possono cadere a terra senza provocare danni.

Tra i mezzi di difesa passivi quello più adottato contro la grandine, è rappresentato dall’assicurazione.
In caso di dolo, le compagnie assicurative inviano i tecnici per fare una stima del danno da grandine.
In tutte le province italiane, vi sono consorzi di difesa per la produzione delle specie da frutto costituiti in base a delle leggi sulle calamità naturali (legge n. 364 del 1970 e n. 185 del 1992) a cui aderiscono gli agricoltori.
Questi consorzi ricevono dallo stato contributi per aiutare gli agricoltori a difendersi dalle avversità atmosferiche come la grandine e il freddo.

B.4) Temperature
Le temperature da prendere in considerazione per l’impianto del frutteto, in quanto condizionano lo sviluppo e la produzione delle piante da frutto, sono:

  1. Temperature medie giornaliere. (T. med gg).
  2. Temperature medie mensili. (T.med m).
  3. Eccessi termici
    i) Forti freddi invernali.
    ii) Gelate primaverili.
    ii
    ) Alte temperature estive.
  4. Minime (T. min) e massime (T. max) termiche
    i) Danni da freddo.
    ii
    ) Danni da caldo.

B.4.1) Freddo invernale
I freddi invernali che a partire dal 1900, hanno superato la soglia minima termica accentuata e generalizzata in tutte le regioni italiane, si sono verificati nei mesi di gennaio e febbraio degli anni:

  1. 1929.
  2. 1956.
  3. 1963.
  4. 1979.
  5. 1985.

I danni che le piante subiscono, dipendono principalmente dalla resistenza della specie e della varietà al freddo.
Per quanto riguarda la specie (fattore endogeno), le piante da frutto vengono classificate in base alla sensibilità al freddo in:

  1. Sensibili 0/-1°C (es. agrumi, fico, mandorlo, nespolo del Giappone, olivo, kiwi, albicocco e kaki).
  2. Mediamente resistenti -10/-12°C (es. ciliegio dolce, pero, pesco e vite).
  3. Resistenti -18/-20°C (melo, nespolo comune, noce, nocciolo e susino).

La sensibilità della pianta al freddo, può dipendere anche da  fattori esogeni, come:

  1. Andamento stagionale mite e anomalo, che precede l’arrivo del freddo.
  2. Stato nutrizionale della piante.
  3. Lignificazione dei tessuti e delle gemme.
  4. Tipo di concimazione (es. i concimi azotati ritardano l’entrata in riposo della piante e aumentano la sensibilità al freddo).
  5. Potatura (es. le piante potate subiscono maggiori danni di quelle non potate).
  6. Altezza della pianta (le piante piccole subiscono maggiori danni, soprattutto le parti più vicine al terreno).

A livello cellulare e microscopico, il danno provocato dal freddo invernale, si manifesta principalmente con la rottura delle cellule a seguito dell’aumento di volume dovuto alla formazione di ghiaccio intracellulare a cui fa seguito la loro disidratazione.
A questo punto il danno provocato, potrà essere:

  • Reversibile

Avviene quando l’abbassamento termico è graduale, per cui l’acqua si raccoglie
negli spazi intracellulari, congela (ghiaccio extracellulare) abbassa il punto di
congelamento (la cellula è più concentrata) e si difende dal freddo.

  • Irreversibile

Avviene quando l’abbassamento termico è repentino, a cui segue una disidratazione eccessiva che fa perdere acqua in fase di scongelamento con la successiva morte delle piante.

A livello macroscopico e visivo, i danni da freddo invernale si manifestano con:

  1. Spacchi sul tronco e sui rami (es. cipollature e becchi di luccio).
  2. Lesioni alle gemme con morte e cascola.
  3. Imbrunimento dei tessuti sotto la corteccia.
  4. Pianto abbondante e ritardato (es. vite).
  5. Germogliamento irregolare.
  6. Ricacci delle piante alla base sopra e sotto il punto d’innesto.

Per stimare l’entità del danno da freddo invernale dopo il verificarsi dell’evento avverso, si può andare a misurare:

  • % del numero di gemme a frutto morte.
  • % di allegagione dei frutticini.
  • Produzione di frutta per pianta o a ettaro (ha).

La difesa dal freddo invernale, può essere attuata soltanto con mezzi preventivi basati su:

  1. Scelta di specie e varietà resistenti.
  2. Utilizzo di paglia o altri materiali per coprire il fusto (es. kiwi e altre specie sensibili).
  3. Uso della calce sul tronco.

Una volta valutato il danno, si interviene con potature mirate e ritardate anche dopo il germogliamento per rendersi conto meglio in base all’attività vegetativa che viene indotta, delle lesioni subite dalla pianta.

B.4.2) Gelate primaverili
Le gelate o brinate primaverili, più frequenti nelle vallate e nei terreni bassi, si verificano a seguito della perdita di calore per:

  1. Irraggiamento
    A partire dagli strati superficiali del suolo in caso di giornate limpide con assenza di vento.
  2. Convezione
    A seguito dello spostamento di masse di aria fredda dalle zone settentrionali e/o montuose.
  3. Evaporazione
    Si verifica quando l’umidità dell’aria è bassa (< 80%) e la vegetazione è bagnata. L’acqua evaporando sottrae calore ai tessuti raffreddandoli.

Questo tipo di freddo tardivo anche di poco sotto gli 0 °C, è particolarmente dannoso, perché colpisce le piante nelle fasi fenologiche di particolare sensibilità (dal germogliamento all’allegagione).
Nelle principali piante arboree da frutto la soglia di resistenza degli organi della pianta al freddo, risulta:

Specie Rigonfiamento gemme Bottoni fiorali Fioritura Allegagione
Albicocco -4 °C -3 °C -2,5 °C -0,5 °C
Ciliegio -5 °C -3,5 °C -3 °C -1 °C
Melo -7 °C -2,5 °C -2 °C -1,5 °C
Pero -7 °C -3 °C -2 °C -1 °C
Pesco -4 °C -3 °C -2,5 °C -1°C
Susino -5 °C -3 °C -2 °C -0,5 °C
Vite -5 °C -3 °C -2 °C -1 °C

I danni da gelate primaverili sulle specie da frutto, in relazione ai vari organi della pianta si manifestano con:

  1. Organi erbacei (gemme in schiusura e foglioline)
    Il danno si manifesta con bollosità, clorosi, necrosi, arresto di sviluppo e distacco tra epidermide e mesofillo a livello fogliare.
  2. Fiori
    Il danno provoca allessature e imbrunimenti degli organi fiorali (es. ovario, stilo e stigma).
  3. Frutticini
    La loro sensibilità accresce con il procedere dell’allegagione e il danno si manifesta con rugginosità, cinghiature e cascola nei casi più gravi.

I danni da gelate primaverili a volte non sono sempre rilevanti dal punto di vista produttivo, per la

  • Capacità dei fiori e dei frutti di ricostituire i tessuti danneggiati.
  • Incremento dell’allegagione e minore cascola dei frutti.
  • Possibilità della pianta di fruttificare per via partenocarpica (frutti senza semi).

La difesa contro le gelate primaverili, è soltanto preventiva e può essere attuata con mezzi:

  • Diretti
    Agiscono direttamente sulla causa.
  • Indiretti
    Agiscono indirettamente sulla causa attraverso la pianta.

I mezzi diretti di difesa dalle gelate primaverili, possono essere a loro volta:

  • Termici

Si basano sul riscaldamento dell’aria attorno al frutteto (es. uso di fornelli o bruciatura di legna e altri materiali e irrigazione antigelo).

  • Dinamici

Si basano sul rimescolamento dell’aria (es. uso di ventilatori)

  • Schermanti

Si basano nel cercare di impedire la perdita di calore del terreno (es. uso di serre e/o tunnel e fumi).

Tra i mezzi di difesa diretti, ricordiamo:

  • Uso di fornelli o bruciatura di legna o altri materiali

Questo metodo consiste nel bruciare nell’aria attorno al frutteto, vari materiali (es. legna, paglia, gomma ecc), al fine di elevare la temperatura di almeno 1 °C, al di sopra della soglia critica del danno da freddo.

  • Irrigazione antigelo o antibrina

Consiste nel distribuire acqua d’irrigazione per aspersione (a pioggia), finemente nebulizzata.
L’acqua bagnando le superfici vegetali e in seguito congelando per passare allo stato solido, cede calore agli organi vegetali proteggendoli dal freddo.

  • Ventilatori

Si tratta di eliche poste su tralicci, che hanno la funzione di rimescolare l’aria attorno al frutteto al fine di impedire il ristagno dell’aria fredda nelle parti basse del terreno (inversione termica).

  • Uso di tunnel e/o serre e fumi.

Consistono nel coprire o generare delle sostanze fumogene attorno alla zona delle piante da frutto per una parte o per tutta la durata del loro ciclo produttivo, al fine di ostacolare il raffreddamento del terreno.

Tra i mezzi indiretti di lotta alle gelate primaverili, ricordiamo invece:

  1. Scelta di specie e varietà a fioritura tardiva.
  2. Potature ritardate.
  3. Irrigazione climatizzante.
  4. Somministrazione di sostanze ormonali per ritardare la fioritura.

B.4.3) Alte temperature
Le alte temperature del periodo estivo, causano danni alle piante quando in concomitanza al forte calore si verifica:

  1. Eccessiva insolazione.
  2. Carenza di acqua nel terreno.
  3. Elevata evaporazione delle foglie.

I danni da caldo sulle piante da frutto, si manifestano con:

  1. Arresto di crescita e sviluppo della pianta fino alla sua morte (apoplessia).
  2. Appassimento e necrosi dei germogli e delle foglie (es. brusone del pero).
  3. Danni al punto d’innesto nei primi anni d’impianto dopo la messa a dimora della pianta.
  4. Necrosi e ustioni di rami e frutti a seguito di potature energiche che li espongono ad un eccessiva insolazione.
  5. Comparsa di decolorazioni o tacche necrotiche più o meno estese sul frutto.

La difesa dai danni caldo, si basa sull’impiego di mezzi preventivi, quali:

  1. Uso di reti ombreggianti.
  2. Irrigazione di soccorso in caso di stress idrico prolungato.
  3. Gestione della pianta al fine di proteggere i frutti dall’eccessiva insolazione.

C) Vento
Questa avversità atmosferica, può risultare particolarmente dannosa nelle zone ventose, soprattutto vicino al mare.
I danni da vento, si manifestano con:

  1. Ostacolo all’impollinazione.
  2. Ostacolo alle cure colturali (es. irrigazione a pioggia e trattamenti antiparassitari).
  3. Lacerazioni fogliari.
  4. Allessature, ammaccature e cascola dei frutti prima della raccolta.
  5. Rotture al punto d’innesto di branche e/o tronco.
  6. Inclinazione e sradicamento di piante.
  7. Caduta a terra di impianti arborei.

Oltre ad apporre al momento dell’impianto una robusta e resistente impalcatura e/o tutori per sostenere le piante, la difesa dai danni da vento, si ottiene mediante l’impiego di barriere frangivento, che possono essere:

  • Vive (es. olivi, cipressi, siepi ecc.).
  • Morte (reti di plastica nera).

Le barriere vive si oppongono al vento dominante e vengono posizionate ad una distanza multipla dell’altezza di 10 volte (es. la distanza tra barriere alte 5 m è di 50 m).
L’olivo è fra le barriere frangivento vive più adottate (viene di solito impiegato utilizzato per delimitare il perimetro dell’appezzamento. A volte viene posto anche all’interno intercalando 1 filare di olivi ogni 5 – 7 file di frutti).
Anche le barriere morte (reti di plastica), sono molto efficaci anche se richiedono un accurato montaggio e ancoraggio (trasversale e longitudinale).

D) Inquinamento
L’inquinamento è un’avversità ambientale di natura ecologica, che può causare seri danni alle piante da frutto.
Si distinguono tre tipologie d’inquinamento:

  1. Inquinamento dell’aria.
  2. Inquinamento dell’acqua.
  3. Inquinamento del terreno.

L’inquinamento più comune è quello dell’aria, causato da:

  1. Fluoro F.
  2. Zolfo S.
  3. Metalli pesanti (es. piombo Pb, cadmio Cd, Nichel Ni, mercurio Hg).
  4. Piogge acide.

Il fluoro F, è un inquinante gassoso, dannoso alle piante arboree già a basse concentrazioni.
Il fluoro viene prodotto da:

  1. Fabbriche di ceramiche.
  2. Vetrerie.
  3. Acciaierie.
  4. Fabbriche di concimi chimici.

Esso è presente nell’aria sotto forma:

  • Gassosa di acido fluoridrico (HF).
  • Solida di fluoruro di sodio (NaF).

Il fluoro, assorbito dalla piante attraverso le foglie e le radici, va ad interferire con il metabolismo della pianta, determinando:

  1. Necrosi delle foglie.
  2. Danni ai fiori.
  3. Carenze di calcio Ca.
  4. Alterazioni del processo di fecondazione.

Il fluoro non dovrebbe superare i seguenti livelli:

  • 80 ppm nel terreno.
  • 0,01 ppm nell’aria.
  • 30 ppm sulle foglie.

Sono particolarmente sensibili al fluoro, specie come la vite e il pesco.
Lo zolfo S, presente nell’aria sotto forma di anidride solforosa SO2, viene a partire da:

  1. Combustione di carburanti contenenti zolfo (cherosene e diesel).
  2. Centrali elettriche.
  3. Centrali a carbone fossile.

Lo zolfo arreca danno alla vegetazione, quando il suo contenuto supera gli 0,20 p.p.m.
Tra i metalli pesanti, che ritroviamo nell’aria sotto forma di particolati, ricordiamo:

  1. Piombo Pb.
  2. Cadmio Cd.
  3. Nichel Ni.
  4. Mercurio Hg.
  5. Zinco Zn.

Queste sostanze oltre a danneggiare le piante, possono compromettere l’utilizzo alimentare a causa del loro accumulo sui frutti.
Le piogge acide, derivano dalla solubilizzazione nell’atmosfera degli inquinanti gassosi, tra cui:

  • Ossidi di azoto
    es. monossido di azoto NO e biossido d’azoto NO2 oppure anidride nitrosa N2O3 e anidride nitrica N2O5 acido nitroso HNO2 e acido nitrico HNO3.
  • Ossidi di zolfo
    es. anidride solforosa SO2 e anidride nitrica SO3acido solforoso H2SO3 e acido solforico H2SO4.
  • Metalli pesanti
    es. piombo Pb, mercurio Hg e cadmio Cd.

I danni da piogge acide, si manifestano con:

  1. Abbassamento del pH del suolo (< 5,6).
  2. Alterazione degli ecosistemi (es. flora e fauna).
  3. Ustione delle foglie e distruzione della parete cellulare.
  4. Alterazione del metabolismo della pianta.
  5. Alterazione della flora microbica del suolo.
  6. Accumulo di liquidi acidi sugli organi della pianta (stem flow).

E) Pianta
Per quanto riguarda la pianta, come elemento da valutare per l’impianto di un frutteto in una determinata zona, i parametri da prendere in considerazione sono:

  1. Tecniche di propagazione utilizzate.
  2. Scelta del portinnesto.
  3. Scelta della varietà.
  4. Scelta dei sesti d’impianto.

E.1) Tecniche di propagazione
I sistemi che vengono impiegati per la propagazione delle specie da frutto, sono classificabili in:

  1. Gamici o sessuati
    a) Sistema di riproduzione da seme.
  2. Agamici o asessuati
    a) Talea.
    b) Propaggine.
    c) Margotta.
    d) Micropropagazione.
    e)
    Innesto.

E.1.1) Propagazione per seme
Il sistema di propagazione del seme (riproduzione), che prevede il rimescolamento dei caratteri tramite l’incontro del gamete maschile con quello femminile, è un sistema che viene utilizzato soltanto nei seguenti casi:

  1. Nei programmi di miglioramento genetico (es. costituzione di nuove varietà).
  2. Per risanare le piante affette da malattie (es. virosi).
  3. Per ottenere portinnesti franchi.

E.1.2) Propagazione vegetativa
La propagazione vegetativa (asessuata), non prevede il rimescolamento dei caratteri, ma bensì la creazione di individui tutti uguali (cloni) tra di loro partendo da delle piante madri. E’ attualmente il sistema più diffuso.
I sistemi più utilizzati sono:

  1. Talea.
  2. Propaggine.
  3. Margotta.
  4. Micropropagazione.
  5. Innesto.
  • Talea

La talea, è una piccola porzione di ramo (lunga da 1 cm a 15 cm), che una volta staccata dalla pianta madre e posta in condizioni favorevoli, emette delle radici (autoradicazione), dando origine ad una pianta figlia simile a quella di partenza. La talea radicata è chiamata barbatella.
La talea può essere:

  1. Talea di ramo.
    i) Legnosa (prelevata in inverno).
    ii) Semilegnosa (prelevata in primavera e/o in autunno).
    iii) Erbacea (prelevata in estate).
  2. Talea di foglia.
  3. Talea di radice.

Nel settore della frutticoltura, la talea viene impiegata per ottenere portinnesti clonali o per propagare specie che hanno una buona attitudine alla radicazione (es. olivo, fico, nocciolo, melograno ecc.).

  • Propaggine

Questo sistema di propagazione, consiste nell’interrare un ramo attaccato alla pianta madre, per alcuni cm in modo da far uscire la parte apicale dal suolo. Dopo alcuni mesi a radicazione avvenuta si interrompe la continuità con la pianta madre recidendo il ramo alla base.
Possiamo avere vari tipi di propaggine:

  1. Semplice
    Prevede l’interramento del ramo a partire dalla pianta madre.
  2. Capogatto
    Impiegata per i piccoli frutti, immettendo nel terreno la parte apicale del ramo.
  3. Di trincea
    Vengono aperte delle fosse su cui inserire longitudinalmente i rami che una volta rincalzati daranno origine a nuovi germogli e piante radicate.

La propaggine viene impiegata per ottenere portinnesti clonali (es. melo e pero), oppure per rimpiazzare le fallanze a seguito della morte delle piante (es. vite).

  • Margotta

La margotta è un sistema di propagazione, che consiste nell’incidere un ramo, porlo al buio, ricoprendolo con terra e/o torba umida al fine di favorirne la sua radicazione.
In base alle modalità d’esecuzione, la margotta può essere:

  1. Aerea
    Quando il ramo attaccato alla pianta madre, viene chiuso con un involucro nero contenente terra.
  2. Di ceppaia
    Quando si ricopre la ceppaia di una pianta madre potata in maniera energica, al fine di ottenere nuovi germogli radicati.

La margotta viene impiegata per ottenere portinnesti clonali (es. melo, pero e ciliegio) o per propagare piante come gli agrumi e l’olivo.

  • Micropropagazione

La micropropagazione detta anche propagazione in vitro, o per meristemi apicali o per apici vegetativi, è basata sul fatto che prelevando cellule embrionali o staminali (es. gemme, antere, radici ecc.) sfruttando la capacità della coltura di poter dare origine a nuove cellule (totipotenza) e ponendo i tessuti in ambienti e substrati idonei, è possibile riprodurre e riformare una pianta intera.
Questo sistema, è impiegato in frutticoltura nei seguenti casi:

  1. Per ottenere una grande quantità di piante in poco tempo.
  2. Per risanare piante affette da malattie (es. batteriosi e virosi).
  3. Per ottenere portinnesti clonali (es. melo, pero, susino, kiwi e agrumi).
  • Innesto

L’innesto è un sistema di propagazione, definito come l’unione durevole ed efficiente di porzioni di due piante (bionti) diverse (portinnesto e marza), al fine di ottenere un nuovo individuo detto bimembre.
L’innesto può essere suddiviso in varie tipologie:

  1. Innesto per approssimazione.
  2. Innesto a gemma o a occhio
    i) A gemma vegetante (marzoaprile).
    ii) A
    gemma dormiente (agostosettembre).
  3. Innesto a marza o a spacco.
  4. Innesto a ponte o ad arco.
  5. Innesto meccanico.
  6. Innesto su seme germinante.
  7. Sovrainnesto o reinnesto.
  8. Microinnesto.

E’ il sistema attualmente più impiegato in frutticoltura per la propagazione delle varietà da frutto.
Con il termine di portinnesto, o ipobionte, o soggetto, si intende l’essere vivente che sta sotto al punto d’innesto, il quale è destinato a formare l’apparato radicale della pianta.
Mentre con il termine di marza, o epibionte, o nesto, o oggetto, o gentile, si intende invece l’essere vivente che sta sopra il punto d’innesto, destinato a formare la chioma della pianta.
Il portinnesto può essere ottenuto per propagazione da seme (portinnesto franco), oppure per autoradicazione (portinnesto clonale).
Nell’andare a scegliere le varie tecniche di propagazione delle specie arboree ricordiamo che esse presentano una certa preferenza riguardo i vari sistemi, come:

  • Pomacee (melo, pero e cotogno) e drupacee (pesco, albicocco, susino, ciliegio e mandorlo) innesto e talea.
  • Vite e olivo innesto, talea e propaggine.
  • Kaki e castagno innesto.
  • Fico e nocciolo talea e margotta.
  • Fruttiferi minori (nespolo, melograno, giuggiolo, azzeruolo, sorbo , gelso e corniolo) talea, innesto e seme.

E.2) Scelta del portinnesto
Le varietà da frutto, possono essere innestate su portinnesti diversi tra loro, la cui scelta deve essere valutata attentamente tenendo conto del clima, del terreno dove eseguire l’impianto e del tipo cultivar da impiantare.
Questi portinnesti possono essere, a loro volta:

  • Vigorosi (portinnesti franchi).
  • Deboli (portinnesti clonali).

I portinnesti vigorosi (franchi), hanno le seguenti caratteristiche:

  1. Lenta entrata in produzione.
  2. Grossa mole della pianta.
  3. Difficoltà nell’esecuzione delle operazioni colturali (es. potatura e raccolta).
  4. Maggiori distanze d’impianto (es. 5×5; 5×6; 6×7 ecc.).
  5. Minore intercettazione della luce solare.
  6. Minore investimento di piante/ha.
  7. Minore produzione.
  8. Maggiore resistenza agli stress ambientali e ai parassiti.
  9. Maggiore durata del ciclo vitale di una pianta.
  10. Migliore qualità dei frutti.
  11. Migliore ancoraggio delle radici al suolo.
  12. Maggiore resistenza al calcare del terreno.
  13. Minore sensibilità alla clorosi ferrica.

Per contro invece i portinnesti deboli (clonali), possiedono le seguenti caratteristiche:

  1. Veloce entrata in produzione delle piante.
  2. Ridotta mole della pianta.
  3. Facilità nell’esecuzione delle operazioni colturali (es. potatura e raccolta).
  4. Minori distanze d’impianto (es. 4×5; 4×4; 3×4 ecc.).
  5. Maggiore intercettazione della luce solare.
  6. Maggiore investimento di piante/ha.
  7. Maggiore produzione.
  8. Minore resistenza agli stress ambientali e ai parassiti.
  9. Minore durata del ciclo vitale di una pianta.
  10. Ridotta qualità dei frutti.
  11. Ridotto ancoraggio delle radici al suolo.
  12. Minore resistenza al calcare del terreno.
  13. Maggiore sensibilità alla clorosi ferrica.

Per il melo, sono disponibili sul mercato vivaistico vari tipi portinnesti, tra cui:

  1. Clonali o deboli (es. M 9)
    Molto validi per la melicoltura moderna.
  2. Clonali più vigorosi (es. l’MM 110 e l’MM 111)
    Resistenti all’afide laginero e alla ticchiolatura.
  3. Portinnesti franchi o da seme
    Rustici e vigorosi adatti per una melicoltura amatoriale e/o familiare.

Nel caso del pero, avremo invece:

  1. Clonali deboli (es. cotogno di Anger e di Provenza).
    Sono da sconsigliare perché presentano il problema della disaffinità d’innesto, sono suscettibili alla clorosi ferrica (sintomo da carenza di ferro), dovuto al calcare attivo del terreno, presentano un apparato radicale superficiale e poco esteso, sono poco vigorosi e di breve longevità.
  2. Clonali vigorosi (es. Farold e Farold 87 o Daytor )
    Sono resistenti alla malattie (come il colpo di fuoco batterico), sono dotati di un’elevata vigoria, poco soggetti a fenomeni di disaffinità d’innesto. e dotati di un apparato radicale adattabile in ogni tipo di terreno
  3. Franchi da seme
    Sono rustici e garantiscono un buon ancoraggio al suolo, anche se non sono molto resistenti ad alcune malattie come il già citato colpo di fuoco batterico.

Per quanto riguarda l’albicocco, il susino e il ciliegio, si può ricorrere a:

  • Portinnesti franchi da seme (es. franco da seme per il ciliegio dolce e mirabolano per il susino e l’albicocco). Sono portinnesti rustici e vigorosi.

Per il pesco, possono essere impiegati:

  • Portinnesti franchi da seme
    Raccomandato soprattutto laddove non vi è la necessità del ristoppio (ripetizione della stessa coltura sullo stesso appezzamento).
  • Portinnesti clonali
    i) GF 677, molto vigoroso e adatto in ogni tipo di terreno.
    ii) MRS 2/5
    , raccomandato in terreni pesanti.

Per il mandorlo, si può ricorrere alla scelta di:

  • Portinnesto franco da seme di pesco.
  • Portinnesti clonali (es. GF 677).

Per tutte le altre specie da frutto (es. vite, olivo, kaki, agrumi, noce, nocciolo, castagno, fico) e per il fruttiferi minori (es. melograno, nespolo, giuggiolo, azzeruolo, sorbo domestico, gelso da frutto e corniolo), si può ricorrere all’uso di:

  • Portinnesti clonali
    Ottenuti da talea, propaggine, margotta e micropropagazione
  • Portinnesti franchi
    Ottenuti da seme.

E.3) Scelta della varietà
La scelta della varietà da impiantare in un determinato terreno, deve tenere conto di fattori di natura:

  1. Agronomica.
  2. Produttiva.
  3. Qualitativa.
  4. Territoriale.

I mezzi che si possono utilizzare per operare la scelta della varietà, sono diversi:

  • Liste d’orientamento varietale

Nelle regioni di eccellenza frutticola, lo Stato attraverso l’attività del Ministero delle politiche Agricole e Forestali, permette di indirizzare tale scelta, attraverso l’istituzione delle liste di orientamento varietale, delle specie da frutto maggiormente coltivate, conosciute e che hanno fornito risultati produttivi soddisfacenti (es. varietà moderne per impianti intensivi).

  • Cataloghi vivaistici

Attraverso questo strumento il frutticoltore, può attingere direttamente alla loro lista varietale, per operare la scelta della specie e varietà da impiantare (es. varietà antiche per impianti familiari).

  • Repertori Regionali

I Repertori Regionali messi a disposizione da quelle regioni italiane che si sono dotate di una legge sulla salvaguardia delle varietà antiche, sono una sorta di catalogo telematico dove vengono raccolte le varietà fino ad oggi studiate e recuperate.

  • Il territorio

Questa scelta deve essere stimolata dall’opportunità di restituire al territorio d’origine, le varietà antiche tipiche e perfettamente adattate all’ambiente di coltivazione, in modo da esprimere tutte le potenzialità genetiche, pomologiche e agronomiche che le competono.

Altri fattori da prendere in considerazione per la scelta della varietà da impiantare, sono:

  1. Per ogni specie (es. melo) si impiantano 2 o più varietà diverse, perché:
    i) La maggior parte dei fruttiferi è austosterile o autoincompatibile e quindi richiede l’impollinazione l’impollinazione incrociata.
    ii) Per diversificare la produzione.
    iii) Per venire meno al danno in caso di situazioni produttive sfavorevoli.
  2. Le varietà devono avere un calendario di maturazione diversificato tra loro, per pianificare al meglio la raccolta e non avere spreco di manodopera.
  3. Impiantare varietà precoci in ambienti soleggiati e collinari, per avere minore produzione, anticipata a prezzi maggiori (primizie).
  4. Impiantare varietà tardive in ambienti di pianura, per avere una maggiore produzione a prezzi minori.
  5. Consociare le varie specie da frutto, per migliorare l’impollinazione, incrementare la biodiversità e la difesa dalle malattie.

E.4) Scelta dei sesti d’impianto
Viene definito sesto d’impianto o distanza di piantagione misurato in m, la distanza delle piante esistente sia tra le fila che tra le file (interfila).
Conoscendo il sesto d’impianto, per trovare l’investimento ad ettaro (n° piante/ha), si divide la superficie dell’appezzamento in m2, per la superficie occupata da ogni singola
pianta.
Esempio:

  1. Frutteto con sesto d’impianto di 5 m (tra le file) x 4 m (sulla fila).
  2. Superficie 1 ha = 10000 m2.
  3. Investimento 10000 : (5×4) = 500 piante/ha.

La scelta del sesto d’impianto, deve tenere conto anche di:

  1. Vigoria della varietà e del portinnesto.
  2. Fertilità del terreno.
  3. Forma d’allevamento della pianta.

Le piante potranno essere disposte nell’appezzamento, con disposizione a:

  1. Quadrato
    Ai vertici del quadrato alla stessa distanza tra loro.
  2. Rettangolo
    Ai vertici di un rettangolo a distanze diverse.
  3. A quinconce e settonce
    Ai vertici di un triangolo equilatero o isoscele.

Anche le file delle piante, possono essere:

  1. Singole (1 fila).
  2. Binate (2 file).
  3. Ternate (3 file).
  4. Multiple (più file).

F) Terreno
Il terreno da destinare all’impianto arboreo, deve possedere delle caratteristiche fisiche, chimiche e microbiologiche favorevoli allo sviluppo e alla produzione delle specie da frutto.
In altre parole, deve risultare:

  1. Profondo.
  2. Di medio impasto.
  3. Fresco.
  4. Fertile.

I requisiti più importanti che deve possedere un terreno, sono:

  1. Profondità utile di 80 – 100 cm.
  2. Drenaggio da buono a ottimo nel caso di specie sensibili al ristagno idrico (es. pesco e ciliegio).
  3. Tessitura e struttura favorevole (medio impasto), ma anche sciolto (es. pesco) e un po’ argilloso (es. pero e susino).
  4. Reazione ottimale neutra con pH tra 6,5 e 7,5 anche se alcune specie si adatto anche ad un pH sub alcalino (7,5 – 8).
  5. Presenza di calcare, ma non in eccesso, perché oltre il 5% di calcare attivo specie da frutto sensibili (es. kiwi, pero e pesco) possono andare incontro a fenomeni di clorosi ferrica.
  6. Buona dotazione di sostanza organica, di macro e micro elementi.
  7. Salinità inferiore a 2 mS/cm (conducibilità elettrica in milli siemens).

Prima di procedere alla sistemazione e preparazione del terreno, è importante in via preliminare eseguire anche uno studio sulla stratigrafia del suolo.
Si effettua una buca profonda 150 cm e si osservano i vari strati, rilevando eventuali anomalie legate alla presenza di un eccesso di calcare e/o di argilla.
Nella buca, è possibile determinare anche la profondità della falda freatica, in modo da progettare la sistemazione del terreno in funzione dello sgrondo delle acque (periodi piovosi) o dell’impianto d’irrigazione (periodi siccitosi).

F.1) Sistemazione e preparazione del terreno
La sistemazione e preparazione del terreno, consiste in una serie di operazioni agronomiche fondamentali, per favorire il regolare accrescimento delle radici delle piante da frutto, in modo da creare la base necessaria alla produttività al futuro impianto arboreo.
Tra le più importanti operazioni colturali, ricordiamo in sequenza:

  1. Decespugliamento e disboscamento
    Nelle terre vergini mai coltivate.
  2. Livellamento.
  3. Scasso del terreno
    Con ripuntatori o aratri da scasso ad una profondità tra 80 – 120 cm.
    a)Totale.
    b)
    Parziale.
    A buche o a strisce.
  4. Interramento di concimi organici o a base di fosforo P e potassio K. (concimazione di fondo)‏
  5. Spietramento.
  6. Sistemazioni idraulicoagrarie
    a) Per traverso lungo le linee di livello. Laddove la pendenza è inferiore al 10%.
    b) A fosse livellari e lavorazione parallela ai fossi. Laddove la pendenza è compresa tra il 10 e il 20%.
    c) A rittochino lungo le linee di massima pendenza. Laddove la pendenza è compresa tra il 20 e il 30% e limitatamente ai soli terreni argillosi a basso rischio erosivo.
    d) Terrazzamento e/o ciglionamento. Nei terreni collinari dove le pendenze superano il 30%, al fine per spezzare l’eccessiva pendenza della collina e creare uno spazio idoneo alle coltivazioni.
  7. Drenaggio del suolo. Nei terreni di pianura per evitare il ristagno idrico, mentre in quelli di collina per evitare il fenomeno dell’erosione.
  • Decespugliamento e disboscamento

Questa operazione effettuata nelle terre incolte che non sono mai state messe a coltura, ha come scopo quello di eliminare delle essenze erbacee (decespugliamento) o arboree (disboscamento) cresciute spontaneamente e che possono disturbare le successive operazioni di sistemazione del suolo.

  • Livellamento

Ha la funzione di assestare il suolo laddove verrà eseguito il futuro impianto frutticolo in base, alla profondità d’impianto, il tipo di scasso, le successive sistemazioni idraulico – agrarie e la gestione del frutteto in fase produttiva.
Si consiglia di evitare grandi movimenti di terra, sia per il costo che per non favorire l’affioramento in superficie di strati non fertili dove le piante vegeterebbero stentatamente.
Per questo è bene ammucchiare lo strato fertile più superficiale da una parte dell’appezzamento, livellare il suolo e successivamente distenderlo di nuovo sopra.

  • Scasso del terreno

Lo scasso totale fatto ad una profondità di circa 100 – 120 cm, è una lavorazione energica e costosa e quindi ad oggi abbandonata.
Si preferisce eseguire una scasso parziale a buche o a strisce, utilizzando strumenti discissori (es. ripper), che rompono il terreno in profondità (80 – 100 cm), senza rivoltare gli strati a cui far seguire un’aratura leggera (30 – 40 cm).
Questa operazione di aratura, viene fatta solo alcuni mesi prima dell’impianto, allo scopo di favorire l’immagazzinamento delle acque piovane e l’approfondimento delle radici delle future piante arboree.
Se si mettono a dimora poche piante (es. appezzamenti familiari), si ricorre all’apertura di buche profonde 1 x 1 m.

  • Concimazione d’impianto

Ha come scopo quello di elevare il livello di fertilità del suolo, in modo da creare la base produttiva necessaria al futuro ciclo vitale del frutteto.
Si basa sull’apporto di concimi organici e/o fosfo – potassici a lento effetto, nelle seguenti dosi:

  1. Letame = 500 q/ha.
  2. Fosforo = 100/200 unità di fertilizzante/ha pari a 5 – 10 q di concime fosfatico con titolo 19.
  3. Potassio = 100/200 unità di fertilizzante/ha pari a 2 – 4 q/ha di concime potassico con titolo 50.

Per quanto riguarda i concimi organici oltre al letame (il più utilizzato), trovano impiego anche altri prodotti come, scarti di lavorazione (es. vinacce e sanse esauste e panelli d’estrazione), fanghi di depurazione e residui solidi urbani (RSU).

  • Spietramento

Nei terreni ricchi di scheletro a seguito delle operazioni di scasso, possono essere portati in superficie dei grossi massi e sassi, che non solo potrebbero creare problemi di esecuzione alle operazioni d’impianto, ma potrebbero essere inoltre pericolosi per la stabilità di lavoro delle macchine agricole soprattutto in collina.
Si procede quindi, allo spietramento del terreno, attraverso l’uso di macchine raccogli – sassi che portano in superficie i massi e li accumulano ai lati dell’appezzamento.
I sassi messi da un lato possono essere impiegati come materiale per il drenaggio del suolo.

  • Sistemazioni idraulico – agrarie

Hanno come scopo l’allontanamento delle acque in eccesso nei periodi piovosi (pianura) e nel contenere il fenomeno dell’erosione del suolo (collina).
Tra le vecchie pratiche di sistemazione – idraulico agrarie in pianura, ricordiamo:

  1. Cavalletto.
  2. Cavino.
  3. Piantata.
  4. Prode.

In collina, ricordiamo invece:

  1. Girapoggio.
  2. Cavalcapoggio.
  3. Spina.

In pianura, le sistemazioni idraulico – agrarie, hanno la funzione di facilitare l’allontanamento delle acque in eccesso e al tempo stesso favorire la meccanizzazione.
A differenza del passato, dove oltre allo schema sistematorio si eseguiva anche la baulatura del terreno, oggi i campi vengono perfettamente livellati e circondati trasversalmente da capezzagne o cavedagne (strade di servizio del terreno) e longitudinalmente da scoline o affossatura (fossi per la raccolta delle acque in eccesso).
La lunghezza degli appezzamenti è in funzione di:

  1. Tipo di meccanizzazione.
  2. Dimensione dell’azienda agraria.

La larghezza, è invece in funzione di:

  1. Piovosità.
  2. Tipo di terreno.
    In terreni sabbiosi e sciolti, le scoline sono distanti o in alcuni casi assenti, mentre in terreni argillosi e pesanti le scoline sono vicine.

In terreno di medio impasto, avremo le seguenti dimensioni medie:

  1. Lunghezza = 200 – 300 m.
  2. Larghezza = 40 – 50 m.
  3. Ampiezza capezzagne = 3 – 5 m.

In collina invece, le sistemazioni idraulico – agrarie, hanno la funzione principale di contenere il fenomeno dell’erosione del suolo e al tempo stesso favorire un razionale impiego delle attrezzature meccaniche.
Le sistemazioni da adottare in base alla pendenza del suolo, possono essere:

  1. Per traverso
    Secondo le curve di livello con pendenze < 20% e con fossi paralleli.
  2. A rittochino
    Secondo le linee di massima pendenza con pendenze > 20%, intervallati da capezzagne trasversali. Questo tipo di sistemazione consente di aumentare la sicurezza degli operatori riducendo i fenomeni di ribaltamento dei mezzi meccanici. Se non eseguita razionalmente aumenta però i rischi d’erosione.

La lunghezza degli appezzamenti diminuisce con l’aumentare della pendenza.

Sistemazione Pendenza % Lunghezza appezzamenti m
Traverso. 3 – 10%. 250 – 150 m.
Traverso. 10 – 20%. 150 – 100 m.
Rittochino. > 20%. 70 – 100 m.
  • Drenaggio del suolo

Può essere fatto sia in pianura che in collina, che oltre a favorire l’allontanamento delle acque in eccesso, permette anche di eliminare qualsiasi fossa (tara), per cui tutto il terreno è coltivato e viene facilitata la meccanizzazione del suolo.
Con il drenaggio è possibile anche mantenere il livello della falda freatica alla profondità ottimale per la crescita delle radici.
Per il drenaggio vengono impiegati tubi in PVC corrugati (diminuire la velocità di scorrimento dell’acqua), fessurati (per agevolare il richiamo delle acque) e rivestiti di fibra di cocco (per impedire l’occlusione del tubo) che uniscono all’efficienza drenante la completa meccanizzazione della loro messa in opera.
Per la messa in opera vengono utilizzate delle apposite macchine posadreni.
Nella progettazione di opera di drenaggio è necessario tenere conto di:

  1. Piovosità.
  2. Tipo di terreno.
  3. Altezza della falda freatica.

I principali elementi da prendere in considerazione per la progettazione, sono:

  1. Diametro del tubo (65 – 80 mm), per lunghezze medie di linee drenanti pari a 150 – 400 m.
  2. Profondità di posa in opera 0,90 – 1 m.
  3. Pendenza delle linee drenanti 0,15 – 0,30%
  4. Distanza tra i dreni (interasse) 10 – 15 m.

F.2) Messa a dimora delle piante
Per la messa a dimora degli astoni (piante di 1 anno d’innesto) o delle barbatelle provenienti dal vivaio, di solito si procede aprendo delle buche profonde 80 cm e larghe circa 40 cm in corrispondenza del punto in cui dovranno essere collocate le piante.
Per l’impianto del frutteto, si possono utilizzare sia piante con il pane di terra, che piante a radice nuda.
L’operazione ovviamente deve essere preceduta, dalla scelta dei principali criteri e distanze d’impianto da adottare.
L’apertura delle buche può essere fatta sia manualmente, che mediante il ricorso ad una trivella meccanica azionata dalla presa di potenza del trattore, oppure con aratro assolcatore.
L’apertura manuale delle buche, è conveniente se il terreno è soffice e le piante hanno radici poco sviluppate.
Le buche eseguite con la trivella meccanica nei terreni argillosi e pesanti, comportano la formazione di una suola impermeabile lungo le pareti.
L’assolcatura con aratro, è indicata solo quando le piante sono fitte sulla fila. Di conseguenza le piante vengono messe nel solco e ricoperte con la terra.
Prima della messa a dimora delle piante, può essere utile anche:

  1. Idratazione delle radici
    Si pongono le piante in vasche con l’acqua.
  2. Potatura radicale
    Per accorciare le radici ed eliminare quelle lesionate.
  3. Potatura dell’apparato aereo
    In base allo sviluppo della pianta e alla forma di allevamento che si desidera ottenere.

Il collocamento delle piantine nelle buche appena aperte e parzialmente riempite, deve avvenire a livello del colletto (la zona di separazione tra il fusto e la radice) in corrispondenza della superficie del terreno. Si completerà poi il riempimento delle buche comprimendo leggermente la terra che viene gettata via via, in modo da farla aderire bene alle radici.
E’ assolutamente sconsigliabile piantare le piante ad una profondità eccessiva, soprattutto se le piante sono innestate, perché in questo modo si evita l’affrancamento cioè l’emissione delle radici da parte della marza o varietà innestata. Il punto d’innesto deve stare al di sopra di 5 – 10 cm dalla terra.
Può essere utile al momento della messa a dimora anche una concimazione localizzata o di avviamento che favorisce una maggiore concentrazione degli elementi nutritivi vicino alle radici, per favorire la ripresa e lo sviluppo delle piantine. E’ da evitare il contatto delle radici con il concime per non ustionarle.
Per la messa a dimora negli impianti intensivi, possono essere impiegate macchine trapiantatrici.
Si tratta di macchine a guida laser nella direzione del trattore, azionate da degli operatori che posano le piante in un disco di distribuzione.
La squadra di lavoro è composta da 4 persone di cui:

  • 1 alla guida del trattore.
  • 2 sulla trapiantatrice.
  • 1 per l’allestimento e il rifornimento delle piante.

Queste macchine in un giorno riescono a piantare circa 3000 astoni di piante da frutto e dalle 6000 alle 7000 barbatelle di vite.
Il periodo migliore per eseguire l’impianto è l’autunno dopo la caduta delle foglie, perché effettuando la messa a dimora in tale momento, si dà modo alle radici di assestarsi attorno alla terra e di cominciare subito a svilupparsi nel terreno, mettendo così le giovani piantine in condizioni più favorevoli alla successiva ripresa vegetativa in primavera. “<<Chi pianta in autunno, guadagna un anno>>”.
Un altro periodo favorevole per l’impianto è alla fine dell’inverno (febbraio – marzo), prima dell’apertura delle gemme, in presenza di piante sensibili al freddo (es. olivo e agrumi).
Con le piantine in contenitore è possibile impiantare fino a stagione inoltrata o addirittura tutto l’anno.

G) Nutrizione minerale delle specie arboree
Nelle specie arboree da frutto, la nutrizione minerale si distingue in 2 sezioni:

  • La 1° riguarda i processi di assorbimento e trasporto degli elementi nutritivi all’interno della pianta.
  • La 2° riguarda la concimazione e di conseguenza l’apporto degli elementi nutritivi e il loro metabolismo nel terreno.

A differenza delle specie erbacee dove la risposta alle concimazioni è più rapida, nelle specie arboree la risposta è più lenta e non sempre evidente.
Tutto ciò è dovuto al fatto che:

  1. Le specie arboree, hanno un apparato radicale più potente e sviluppato che esplora ampiamente il terreno che le circonda.
  2. Nelle piante arboree, sono presenti contemporaneamente:
    i) Ciclo annuale.
    ii) Ciclo biennale.
    iii) Ciclo vitale.
  3. Sono necessarie delle prove di concimazione di almeno 2 – 3 anni, per valutare le risposte vegetative e produttive delle piante all’uso dei concimi.
  4. Il terreno rilascia e al contempo immobilizza, notevoli quantità di elementi nutritivi sottraendoli alla pianta andando di conseguenza ad annullare l’effetto delle concimazioni.

Gli elementi nutrizionali delle piante arboree, sono suddivisi in:

  • Macroelementi
    a) Principali (carbonio C, ossigeno O, idrogeno H, azoto N, fosforo P, potassio K)‏.
    b) Secondari (magnesio Mg, calcio Ca, zolfo S)‏.
  • Microelementi (ferro Fe, zinco Zn, manganese Mn, rame Cu, boro B, molibdeno Mo, cloro Cl ecc.).

I macroelementi principali (azoto N, fosforo P e potassio K), presenti nei piani di concimazione, sono assorbiti in alcune decine di kg/ha/anno.
I macroelementi secondari o mesoelementi (calcio Ca, magnesio Mg e zolfo S), sono assorbiti in discrete quantità dalle piante, ma vengono somministrati raramente perché:

  • Presenti in quantità sufficienti al terreno (es. Ca e Mg).
  • Presenti come elementi secondari nei concimi semplici e complessi (es. Ca e S).

I microelementi o elementi oligodinamici (ferro Fe, rame Cu, zinco Zn, manganese, Mn, boro B, molibdeno Mo ecc.), sono assorbiti in quantità piccole di alcune decine o al massimo alcune centinaia di g/ha/anno.
Per cui le loro quantità presenti nel terreno sono sufficienti alla nutrizione minerale delle piante arboree.
La crescita e la produttività delle piante non dipende solo dalla loro presenza, ma anche dalla loro disponibilità nel terreno.
La disponibilità di un elemento minerale nel suolo, può essere:

  1. Disponibilità chimica totale
    La quantità totale di ciascun elemento nel terreno.
  2. Disponibilità chimica solubile
    La forma chimica che ne determina l’assorbimento da parte delle piante.
  3. Disponibilità fisiologica
    L’antagonismo o il sinergismo che altri elementi possono esercitare sull’assorbimento chimico, dipendenti a loro volta da:
    i) pH.
    ii) Temperatura.
    iii) Grado d’ossigenazione del terreno.
    iv) Radiazione solare.
    v) Presenza e attività della microflora e fauna del terreno.

La dotazione media degli elementi nutritivi nei terreni, risulta pari a:

Elemento nutrizionale Dotazione media
Azoto N. 1 – 1,6‰.
Fosforo P. 9 – 17 ppm.
Potassio K. 100 -150 ppm.
Calcio Ca. 45 – 70% (CSC); 3 – 4% calcare attivo.
Magnesio Mg. 3 – 10% (CSC).
Zinco Zn. 0,5 – 1 ppm (terreno); 20 – 80 ppm (foglie).
Manganese Mn. 1 – 1,5 ppm (terreno); 20 – 200 ppm (foglie).
Rame Cu. 0,2 – 1 ppm (terreno); 5 – 20 ppm (foglie).
Boro B. 0,2 – 0,5 ppm (terreno); 20 – 80 ppm (foglie).
Molibdeno Mo. 0,2 – 0,4 ppm (terreno); 0,1 – 0,4 ppm (foglie).

G.1) Azoto N
E’ considerato il macroelemento più importante per la nutrizione dei vegetali, in quanto elemento plastico che condiziona la crescita delle piante.
A livello cellulare è il componente principale delle proteine, degli amminoacidi, degli acidi nucleici (DNA e RNA), dei nucleotidi, degli alcaloidi, della clorofilla degli enzimi ecc.
L’azoto favorisce:

  1. L’allungamento del fusto e dei germogli.
  2. Il miglioramento dell’attività fogliare.
  3. Il potenziamento dell’assorbimento di altri elementi nutritivi come il fosforo.
  4. L’equilibrio dell’attività vegetativa e produttiva della pianta.‏‏

L’azoto assunto dalle piante come azoto ammoniacale NH3 o come azoto elementare N2 per simbiosi dai batteri azotofissatori, è presente nel terreno nelle seguenti forme:

  1. Forma Organica (proteine e amminoacidi)
    E’ quella più diffusa a livello cellulare, ma per essere assorbita dalle piante deve subire processi di degradazione ad opera dei microrganismi (batteri, alghe, funghi ecc.) in grado di trasformarla in azoto nitrico e ammoniacale facilmente assimilabile.
  2. Forma Ammoniacale NH3 (ammoniaca) o NH4+ (ione ammonio)
    E’ trattenuta dal potere assorbente del terreno e viene trasformata in azoto nitrico.
  3. Forma Nitrica NO3
    E’ la forma più assimilabile dalle piante, ma non essendo trattenuta dal potere assorbente del terreno, può perdersi per dilavamento con le acque di pioggia o di irrigazione.

La carenza di azoto, determina:

  1. Rallentamento della crescita.
  2. Ingiallimento delle foglie (clorosi), prima quelle basali, poi quelle apicali (andamento acropeto) e nei casi più gravi disseccamento anticipato e successiva caduta.
  3. Sviluppo vegetativo e radicale stentato.
  4. Maturazione anticipata dei frutti, i quali risultano piccoli e di scarse qualità organolettiche.
  5. Turbe nella fioritura e nell’allegagione.
  6. Cascola dei frutti (carpoptosi).
  7. Accorciamento del ciclo produttivo.

L’eccesso, comporta invece:

  1. Ritardo nella lignificazione dei tessuti.
  2. Eccessivo sviluppo vegetativo e lussureggiamento fogliare.
  3. Allungamento del ciclo vegetativo delle piante.
  4. Incremento del consumo d’acqua da parte delle piante.
  5. Maggiore suscettibilità alle malattie e agli agenti atmosferici.
  6. Peggioramento della qualità dei frutti.
  7. Scarsa conservabilità dei frutti.
  8. Riduzione della differenziazione a fiore delle gemme.

G.2) Fosforo P
E’ presente come elemento di base per la formazione degli acidi nucleici (DNA e RNA), delle proteine, enzimi e delle sostanze di riserva dei semi (fitina e fosfolipidi). Entra inoltre, nella costituzione dei composti che regolano gli scambi energetici (ATP, ADP e AMP) e partecipa al metabolismo dei lipidi.
Il fosforo favorisce:

  1. Crescita delle radici.
  2. Formazione dei fiori con stimolazione della fioritura.
  3. Irrobustimento dei tessuti e incremento della resistenza alle avversità atmosferiche e parassitarie.
  4. Miglioramento delle caratteristiche qualitative dei frutti.

Il fosforo assunto dalle piante come ione fosfato trivalente PO43-, oppure come ione fosfato monovalente H2PO4 o ione fosfato bivalente HPO42- , può trovarsi nel terreno nelle seguenti forme:

  • Forma organica

E’ la forma più diffusa a livello cellulare, ma deve subire un processo di mineralizzazione per essere assorbita.

  • Forma minerale
    A sua volta suddivisa, in:
  1. Frazione solubile
    Prontamente a disposizione delle piante come ione PO43- contenuta nella soluzione circolante.
  2. Frazione scambiabile
    Trattenuta dalle particelle del terreno e ceduta gradualmente alle piante.
  3. Frazione precipitata
    Poco solubile o insolubile e presente nel terreno sotto forma di fosfati di calcio Ca3(PO4)2, fosfati di alluminio Al(PO4) e fosfati di ferro Fe(PO4).

Dato che il fosforo è un elemento poco mobile nel terreno, le carenze si verificano non tanto per la sua mancanza, ma per la sua insolubilizzazione dovuta all’antagonismo con altri elementi minerali e/o in presenza di terreni in condizioni anomale (pH troppo acido o alcalino, eccessi di calcare, terreni permeabili ed elevata piovosità), che lo rendono non disponibile per le piante.
I sintomi da carenza, si manifestano con:

  1. Accrescimento stentato delle piante.
  2. Foglie di colore verde opaco, tendenti al violaceo rossastro o brunastro.
  3. Riduzione della crescita delle radici.
  4. Diminuzione della formazione dei fiori, frutti e semi.
  5. Riduzione della crescita delle radici.
  6. Maturazione tardiva con scarsa serbevolezza dei frutti.
  7. Riduzione della differenziazione a fiore delle gemme.

Gli eccessi di fosforo molto rari nelle piante da frutto, si manifestano con:

  1. Eccessiva allegagione di frutti.
  2. Maturazione anticipata dei frutti.
  3. Carenze di ferro e zinco (in quanto elemento antagonista).
  4. Riduzione della produzione.

G.3) Potassio K
E’ presente come elemento nei tessuti delle piante (in particolare nella parete cellulare), legato agli zuccheri, l’amido, le proteine e i lipidi.
Lo ritroviamo inoltre anche nell’embrione dei semi, negli organi deputati alla fotosintesi e all’accumulo delle sostanze nutritive di riserva.
Il potassio favorisce:

  1. La produttività dal punto di vista qualitativo.
  2. Il trasporto e l’accumulo degli zuccheri dalle foglie agli organi di riserva (es. frutti, semi o radici).
  3. La resistenza delle piante al freddo e alle malattie per irrobustimento dei tessuti.
  4. Il turgore cellulare, e il miglioramento della resistenza della pianta alla siccità.

Il potassio assunto dalla pianta come ione potassio K+, può trovarsi nel terreno nelle seguenti forme:

  1. Potassio organico
    Disponibile per la pianta solo dopo il processo di mineralizzazione.
  2. Potassio solubile
    E’ la frazione disponibile contenuta nella soluzione circolante del terreno.
  3. Potassio scambiabile
    Trattenuto dal terreno come ione potassio K+ e meno disponibile di quello solubile.
  4. Potassio fissato
    Forma non disponibile in quanto legata all’interno dei minerali argillosi.
  5. Potassio minerale
    Facente parte dei minerali del terreno (feldspati, miche, silvite, carnallite), inutilizzabile per le piante se non la parte che diventa solubile nei processi di formazione del suolo.

La maggior parte dei terreni italiani sono dotati di potassio, soprattutto quelli di origine vulcanica. Inoltre essendo un elemento poco solubile e mobile nel terreno, le carenze di potassio sono limitate ed imputabili solo alle asportazioni della pianta e ai fenomeni d’erosione nel terreno.
I sintomi da carenza, si manifestano con:

  1. Ritardo dell’accrescimento, soprattutto delle foglie.
  2. Decolorazione degli apici e dei margini delle foglie di colore verde bluastro e opaco.
  3. Disseccamento, accartocciamento, clorosi e necrosi a cui fa seguito il deterioramento dei tessuti fogliari.
  4. Scarsa fruttificazione, la quale risulta di un colore pallido, di minore grandezza e malformata.
  5. Riduzione della capacità stomatica e fotosintetica.
  6. Aumento della sensibilità al freddo e alla siccità.

Gli eccessi di potassio, molto rari, si verificano soltanto in condizioni anomale con:

  • Carenze sia di calcio Ca che di magnesio Mg (disseccamento del rachide nella vite), in quanto essendo un elemento antagonista, ne rallenta il loro assorbimento.
  • Maggior consumo di acqua e sostanze nutritive rispetto ai normali fabbisogni di cui le piante richiedono giornalmente.

G.4) Calcio Ca
E’ un elemento che entra nella costituzione della parete cellulare all’interno delle pectine (a livello della lamella mediana). Lo ritroviamo anche come componente delle proteine che costituiscono il DNA e RNA, negli organi fotosintetici e nelle cellule sottoforma di ossalato di calcio o carbonato di calcio (CaCO3).
Il calcio, favorisce:

  1. La neutralizzazione di alcuni acidi organici presenti nei succhi cellulari (acido ossalico, acido malico, acido succinico ecc.), prodotti dalla pianta.
  2. L’assunzione di altri elementi (es. potassio K, sodio Na e magnesio Mg) nei quali svolge un’azione sinergica.
  3. Lo sviluppo delle radici.
  4. La durezza delle pareti cellulari.
  5. L’attività degli enzimi che degradano l’amido (amilasi).

Il calcio assunto dalla come ione Calcio Ca2+, può trovarsi nel terreno nelle seguenti forme:

  1. Calcio minerale
    E’ la frazione non disponibile e presente nei minerali contenenti tale elemento come la calcite, l’aragonite, il calcare, la dolomite e il gesso.
  2. Calcio solubile
    E’ la frazione disponibile presente nella soluzione circolante del terreno e facilmente assorbibile.
  3. Calcio scambiabile
    E’ la frazione legata ai minerali argillosi del terreno a sua volta suddiviso in tali forme di:
  • Calcare Totale.
  • Calcare Attivo.

Le carenze di calcio frequentemente diffuse nei terreni acidi ricchi di torba e sostanza organica, si manifestano con:

  1. Ingiallimento marginale dell’apice delle foglie prima quelle giovani e poi quelle più vecchie (andamento basipeto), con successivo disseccamento e arrotolamento delle parti colpite.
  2. Riduzione dell’ispessimento dei tessuti e delle radici.
  3. Alterazione dei frutti (es. butteratura amara nelle mele, plara delle mele, mal raggiante delle pesche) con comparsa di macchie brunastre.
  4. Spaccatura delle ciliegie (cracking).
  5. Acidificazione del terreno.

Gli eccessi di calcio molto rari, si manifestano difficilmente attraverso:

  • Carenze di fosforo P, potassio K e magnesio Mg, in quanto essendo un elemento antagonista ne rallenta il loro assorbimento.
  • Carenze di ferro Fe e boro B per inattivazione chimica degli stessi elementi nutritivi, a causa dell’incremento del contenuto di calcare attivo del terreno.

Alcune piante da frutto inoltre nonostante la normale dotazione di minerali, possono andare incontro a fenomeni di clorosi fogliare a causa della presenza di calcare attivo nel terreno.
Per questo le specie, sono classificate in:

  • Sensibili; 5 – 6% di calcare attivo (pero, pesco e kiwi).
  • Mediamente resistenti; 10 – 20% di calcare attivo (vite).
  • Resistenti; > 20% di calcare attivo (melo, olivo, susino ecc.).

G.5) Magnesio Mg
E’ un elemento che entra nella costituzione della molecola della clorofilla, delle pectine della parete cellulare, della fitina dei semi e in alcuni enzimi.
Il magnesio favorisce:

  1. L’assorbimento del fosforo P.
  2. L’accumulo degli amidi nei semi dei cereali e dell’olio nelle piante oleifere (es. olivo).
  3. L’attività fotosintetica e respiratoria delle piante.
  4. La sintesi delle proteine.
  5. La sintesi dei caroteni e delle xantofille.

Il magnesio assunto dalle piante come ione magnesio Mg2+, può trovarsi nel terreno nelle seguenti forme:

  1. Magnesio minerale
    E’ la frazione non disponibile presente sotto forma di minerali come anfiboli, pirosseni, miche, magnesite e dolomite.
  2. Magnesio solubile
    E’ la frazione disponibile per le piante presente nella soluzione circolante.
  3. Magnesio scambiabile
    E’ la frazione legata ai minerali argillosi del terreno.

Le carenze di questo elemento frequenti nei terreni sabbiosi, carenti di sostanza organica, sottoposti a dilavamento e laddove vi sono eccessi di potassio K e calcio Ca, si manifestano con:

  1. Piante stentate e di colore pallido.
  2. Ingiallimento e arrossamento delle foglie a partire da quelle basali, con successivo disseccamento e caduta anticipata anche in piena estate.
  3. Nell’uva disseccamento del rachide e avvizzimento dei grappoli per antagonismo con il potassio K, quando in eccesso.
  4. Nel melo ingiallimento delle foglie accompagnato da un loro arrossamento.
  5. Nel pero frutti di piccole dimensioni che faticano a maturare.
  6. Negli agrumi frutti piccoli, poveri di vitamina C e con buccia di colore giallo – pallido.
  7. Minore resistenza ai freddi invernali.

G.6) Zolfo
Tale elemento entra nella costituzione delle proteine, degli amminoacidi solforati (metionina, cistina e cisteina), delle vitamine e di molti oli essenziali.
Lo zolfo favorisce:

  • La fissazione dell’azoto atmosferico (N2), grazie all’azione dei batteri azotofissatori.
  • L’attività fotosintetica e respiratoria delle cellule attraverso il regolare svolgimento delle funzioni enzimatiche.

Lo zolfo assunto dalle radici delle piante come ione solfato SO42- e in parte dalle foglie come anidride solforosa SO2 gassosa, può trovarsi nel terreno nelle seguenti forme:

  • Forma organica

E’ quella maggiormente rappresentata, ma per divenire disponibile per le piante necessita del processo di mineralizzazione.

  • Forma minerale

E’ quella presente nelle rocce contenenti zolfo come l’anidrite, il gesso, la pirite e la calciopirite.

  • Forma solubile

E’ quella presente nella soluzione circolante e subito disponibile per le piante.

Raramente si segnalano casi carenza di zolfo, perché questo elemento viene spesso apportato indirettamente al terreno attraverso:

  1. Trattamenti antiparassitari a base di zolfo S (es. contro l’oidio).
  2. Concimazioni azotate, fosfatiche e potassiche come elemento secondario presente nei concimi.
  3. Inquinamento atmosferico, dovuto alle centrali termiche e come anidride solforosa SO2 che con le piogge acide arriva al suolo sotto forma di acido solforico H2SO4.

Le carenze di zolfo nel terreno, si manifestano con:

  1. Foglie fragili di colore verde chiaro e stentate.
  2. Riduzione dell’accrescimento e sviluppo della pianta.
  3. Frutti che maturano con difficoltà.

G.7) Ferro Fe
Il ferro è considerato uno dei microelementi più importanti per la nutrizione delle piante, in quanto svolge funzioni catalitiche nel favorire il regolare svolgimento delle reazioni biologiche entrando nella costituzione di molti enzimi e proteine (tra cui i citocromi).
E’ l’elemento minerale assorbito in maggiori quantità dalle piante.
Il ferro favorisce:

  1. L’attività enzimatica.
  2. La sintesi delle proteine e degli acidi nucleici (DNA e RNA).
  3. La sintesi della clorofilla.
  4. L’attività respiratoria e fotosintetica delle piante.
  5. La fissazione dell’azoto atmosferico N2 nelle piante azotofissatrici.

Il ferro assunto dalle piante prevalentemente come ferro ferroso Fe2+, in parte come ferro ferrico Fe3+ o come ferro legato a composti organici, può trovarsi nel terreno nelle seguenti forme:

  • Forma minerale

E’ la frazione meno disponibile, presente nel terreno come idrossidi di ferro Fe(OH)3 o fosfati di ferro Fe(PO4) quasi sempre insolubile e non assimilabile dalle piante.

  • Forma organica

E’ la frazione un po’ più disponibile che si trova quasi sempre legata alla sostanza organica del terreno (acidi fulvici e acidi umici), che lo legano come chelati di ferro e lo cedono gradualmente alla soluzione circolante.

Le carenze di ferro, molto comuni anche nei terreni con una buona dotazione, si verificano non tanto per la sua mancanza ma per il crearsi di condizioni anomale al suo normale assorbimento, come:

  1. pH troppo alcalino o troppo acido.
  2. Elevato contenuto di calcio Ca e calcare attivo.
  3. Eccesso di manganese Mn, zinco Zn, rame Cu, magnesio Mg, calcio Ca e rame Cu.

I sintomi da carenza di ferro, si manifestano con:

  1. Clorosi ferrica internervale delle foglie che nei casi più gravi evolve in un disseccamento prima apicale e poi marginale a partire dalle foglie giovani e poi quelle più vecchie (andamento basipeto).
  2. Produzione di frutti piccoli con sviluppo stentato.
  3. Cascola precoce di foglie e frutti.

La clorosi ferrica, è un sintomo da carenza di ferro nel terreno, che si manifesta spesso in specie sensibili come:

  1. Vite.
  2. Kiwi.
  3. Pero.
  4. Pesco.
  5. Agrumi (es. limone e arancio).

La lotta alla clorosi ferrica può essere:

  • Diretta
    Attraverso l’impiego di sostanze chelanti come EDTA da somministrare sul terreno e sulla pianta.
  • Indiretta
    Evitando l’impianto di specie sensibili in terreni calcarei.

G.8) Zinco Zn
E’ un elemento che entra nella costituzione di molti enzimi, proteine e nella clorofilla.
Lo zinco favorisce:

  1. La sintesi delle proteine e dell’amido.
  2. L’assorbimento del fosforo P.
  3. La sintesi delle auxine (ormoni per la crescita delle piante).
  4. L’incremento della resistenza delle piante al freddo.
  5. La respirazione cellulare e l’attività enzimatica.

Lo zinco assunto dalle piante come ione zinco Zn2+, può trovarsi nel terreno nelle seguenti forme:

  • Zinco minerale

La frazione che si trova legata ai minerali argillosi del terreno non sempre disponibile per le piante.

  • Zinco organico

La frazione legata alla sostanza organica del suolo e ceduta gradualmente alla soluzione circolante.

  • Zinco solubile

La frazione prontamente disponibile e assorbibile per le piante.

Le carenze di questo elemento si manifestano tipicamente nei terreni a pH troppo acido o troppo alcalino, in presenza di elevate concentrazioni di fosforo P (elemento antagonista), azoto N, ferro Fe e rame Cu e nelle piante esposte a forti illuminazioni.

Sintomi:

  1. Clorosi internervale nelle foglie soprattutto nella vite e nelle piante da frutto.
  2. Germogli di colore bianco e stentati.
  3. Accorciamento degli internodi fogliari con la formazione di foglie piccole disposte rosetta soprattutto negli agrumi.
  4. Riduzione dell’accumulo di proteine e amido nelle piante da tubero.

E’ necessario ricordare che lo zinco essendo anche un metallo pesante, apporti annuali al terreno > 20 kg/ha, possono dar luogo all’accumulo di residui e generare fenomeni di fitotossicità.

G.9) Manganese Mn
Il manganese è anch’esso un microelemento che entra nella costituzione di molti enzimi e proteine della pianta.
Il manganese favorisce:

  1. La formazione della clorofilla.
  2. La sintesi di amminoacidi e nucleotidi che svolgono funzioni fotosintetiche e respiratorie.
  3. La produzione di vitamina C.
  4. La produzione di ossigeno durante la fotosintesi
  5. L’incremento della serbevolezza di radici e tuberi.

Il manganese assunto dalla pianta come ione manganoso Mn2+, è presente nel terreno nelle seguenti forme:

  • Forma minerale

E’ la frazione non disponibile di manganese nel terreno in quanto legata ai minerali sotto forma di ossido di manganese (MnO) non solubile.

  • Forma solubile

E’ la frazione presente nella soluzione circolante prontamente disponibile per le piante.

Le carenze di manganese sono frequenti nei terreni a pH troppo alcalino o acido, in ambienti freddo – umidi o siccitosi e in presenza di un’elevata quantità di ferro Fe, calcio Ca, magnesio Mg e zinco Zn.
Risultano particolarmente sensibili alla carenza di manganese, specie come:

  • Kiwi.
  • Agrumi.
  • Pesco.

Sintomi da carenza

  1. Comparsa di striature grigiastre ai margini e lungo la lamina fogliare.
  2. Ingiallimenti fogliari più o meno diffusi con lieve arrotolamento delle foglie.

Sintomi da eccesso

  1. Fitossicità in caso di elevate quantità (metallo pesante).

G.10) Rame Cu
E’ un elemento presente in molti enzimi metabolici che presiedono alla fotosintesi clorofilliana e alla respirazione cellulare.
Il rame favorisce:

  1. L’attività fotosintetica (entra nella costituzione della plastocianina).
  2. L’attività respiratoria (entra nella costituzione dei citocromi).
  3. La sintesi delle proteine e degli zuccheri.
  4. La stabilizzazione della clorofilla.
  5. La fissazione dell’azoto atmosferico N2 negli organismi azotofissatori.

Il rame assunto dalla pianta come ione rameico Cu2+, è presente nel terreno nelle seguenti forme:

  • Rame minerale

La frazione legata ai minerali argillosi e quindi non disponibile per le piante.

  • Rame organico

La frazione legata alla sostanza organica del suolo è ceduta gradualmente alle piante solo dopo il processo di mineralizzazione.

  • Rame solubile

La frazione presente nella soluzione circolante prontamente disponibile per l’assorbimento della pianta.

Le carenze di questo elemento sono molto frequenti nei terreni a pH troppo alcalino, in presenza di elevate quantità di fosforo e nei terreni argillosi o troppo ricchi di sostanza organica.

Sintomi da carenza

  1. Scarso sviluppo delle radici e dei germogli.
  2. Ingiallimento e scarso accrescimento delle foglie, le quali possono risultare deformi, arrotolarsi e cadere anticipatamente.
  3. Nel melo e nel pero arresto dello sviluppo dei germogli e dei rami giovani.

Sintomi da eccesso

  1. Fitossicità in caso di elevate quantità nel terreno (metallo pesante) a causa dei trattamenti a base di rame Cu contro la peronospora.
  2. Sintomi da carenza di ferro Fe per riduzione del suo assorbimento.

G.11) Boro B
Si tratta di un elemento che entra nella costituzione di molti enzimi e proteine cellulari ed è fondamentale per il regolare svolgimento dell’attività metabolica delle piante. E’ anche un costituente fondamentale degli zuccheri.
Il boro favorisce:

  1. La riproduzione delle cellule.
  2. Il metabolismo degli zuccheri.
  3. La crescita dei tessuti giovani (attività meristematica).
  4. La germinazione dei semi.
  5. La formazione del polline e la fioritura.
  6. L’allegagione dei frutti e l’accrescimento delle radici.
  7. La sintesi del DNA, RNA e proteine.
  8. L’assorbimento e la mobilità di altri elementi nutritivi come il calcio Ca.

Il boro assunto dalla pianta come acido borico H3BO3, o come ione borato BO32-, o come ione boroso BO2-, è presente nel terreno nelle seguenti forme:

  • Forma minerale

E’ la frazione che si trova legata ai minerali contenenti boro come la tormalina. Si tratta di minerali poco alterabili capaci di liberare l’elemento molto lentamente nel tempo.

  • Forma solubile

E’ la frazione presente sotto forma di borato di sodio Na3 (BO3)2, soprattutto nei terreni di origine marina.

  • Forma scambiabile

E’ quella legata ai minerali argillosi del terreno.

La carenze di questo elemento sono frequenti nei terreni con eccesso di calcio Ca, potassio K e azoto N i quali essendo elementi antagonisti ne determinano un minore assorbimento. La carenza è comune anche nei terreni sabbiosi, nei climi aridi ad elevata siccità o ad alto contenuto di calcare.

Sintomi da carenza

  1. Riduzione dell’accrescimento dei germogli e delle radici che mostrano fessurazioni e aree brunastre.
  2. Formazione di frutti disformi con macchie necrotiche sulla buccia e sulla polpa.

Sintomi da eccesso

  1. Fitossicità in caso di elevate quantità.
  2. Sintomi da eccesso di calcio Ca e potassio K.

Nel caso specifico dei fruttiferi, le carenze di boro si manifestano come segue:

1) Melo
Le gemme dei rami apicali, tendono a schiudere tardivamente e nei casi più gravi possono anche morire, mentre le gemme laterali originano rosette di foglie per riduzione del numero degli internodi. I frutti manifestano aree suberificate, che possono interessare la buccia con la comparsa di tacche necrotiche che possono anche fessurarsi. La polpa del frutto presenta anche aree brunastre e necrotiche, di sapore amaro in corrispondenza del quale il frutto può deformarsi esternamente. I frutti infine cadono precocemente.

2) Pero
A livello dei frutti compaiono dei gruppi di cellule indurite (litiasi), in corrispondenza delle quali il frutto appare deformato.

3) Vite e ciliegio
Nel ciliegio la carenza di boro causa la caduta anticipata dei fiori (colatura), con riduzione dell’allegagione, mentre nella vite si verifica l’acinellatura, ossia la formazione di grappoli con acini molto piccoli e più dolci del normale.

4) Olivo
Nell’olivo la carenza di boro determina la leptonecrosi ossia l’imbrunimento e la morte del tessuto conduttore floematico. Esso si manifesta inizialmente con giallume, seguito poi dal disseccamento dell’apice delle foglie e caduta anticipata. Si possono verificare anche la comparsa di rosette fogliari, la formazione di un numero eccessivo di rami (scopazzi) e la morte dei rami giovani. Si può verificare scarsa allegagione e i frutti che rimangono piccoli possono cadere precocemente.

G.12) Molibdeno Mo
E’ un elemento nutrizionale considerato come il costituente essenziale degli enzima nitrogenasi che presiede alla fissazione dell’azoto atmosferico N2, dell’enzima nitrato riduttasi che presiede alla trasformazione dei nitrati NO3 in ammonica NH3 e di molti enzimi e proteine.
Il molibdeno favorisce:

  1. La fissazione dell’azoto atmosferico N2.
  2. La sintesi delle proteine e degli enzimi.
  3. L’accrescimento delle cellule.
  4. Lo sviluppo dei germogli.
  5. La produzione di frutti.

E’ un elemento che viene assunto dalla pianta principalmente come ione molibdato MoO42-.
E’ presente in elevate quantità in terreni alcalini e ricchi di potassio K. Mentre nei terreni acidi, ricchi di sostanza organica, in presenza di solfati (SO42-), alluminio Al e manganese Mn, si possono verificare carenze.

Sintomi

  1. Carenze di azoto N.
  2. Ingiallimento, deformazione e appassimento degli organi fogliari.
  3. Alterazioni dello sviluppo e accrescimento stentato.
  4. Caduta anticipata dei fiori.
  5. Scarsa allegagione dei frutti.

Infine nelle specie arboree da frutto, gli elementi nutrivi in base alla mobilità all’interno della pianta, vengono distinti in:

Molto mobili Mobili Parzialmente mobili Immobili
Azoto N Fosforo P Zinco Zn Boro B
Potassio K Cloro Cl Rame Cu Magnesio Mg
Sodio Na Zolfo S Manganese Mn Calcio Ca
Ferro Fe
Molibdeno Mo

BIBLIOGRAFIA:
1) Baldini E., 1991. Arboricoltura generale. Edizioni Clueb, Bologna.

2) Bellini E., Nencetti V., 2005. Utilizzazione del germoplasma frutticolo autoctono toscano. Guida per i piccoli imprenditori. Le collezioni del germoplasma vegetale toscano: Specie frutticole, ornamentali e forestali. Il germoplasma toscano volume. 8, ARSIA – Regione Toscana, Firenze.

3) Fiorini U., 2005, 2° ristampa. Frutti antichi coltivabili biologicamente. Edizioni Masso delle Fate, Signa (FI).

4) Ferrari M., Marcon E., Menta A., 1997. Fitopatologia ed entomologia agraria. Edagricole – Edizioni agricole, Bologna.

5) Matta A., Luisoni E., Surico G., 1996. Fondamenti di patologia vegetale. Patron Editore, Bologna.

6) Valli R., 1998. Arboricoltura generale e speciale. Edagricole – Edizioni agricole, Bologna.

7) http://www.inliberta.it/greenpeace, 2015. Greenpeace: cocktail di pesticidi nei meleti, fino a 13 sostanze in un campione. Archivio foto.

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