Orticoltura generale

A) Che cos’è l’orticoltura?
L’orticoltura è l’insieme delle pratiche agricole e agronomiche, deputate alla produzione di ortaggi (piante annuali/biennali erbacee o semi perenni).
La coltivazione degli ortaggi può avvenire:

  • In piena terra.
  • Su substrato.

A sua volta la coltivazione in pieno terra può riguardare:

  1. Colture non protette (in pieno campo).
  2. Colture semi – protette (uso di tunnel).
  3. Colture protette (uso di serre).

La coltivazione su substrato, invece può avvenire:

  1. Su substrati naturali (es. torbe).
  2. Su substrati sintetici (polistirolo o argilla espansa).
  3. In corrente d’acqua (coltivazione idroponica).

B) Tipologie di orticoltura in Italia
In base alle condizioni aziendali e all’intensità colturale, le tipologie di orticoltura più diffuse sono:

  1. Orticoltura familiare.
  2. Orticoltura stabile.
  3. Orticoltura non specializzata.
  4. Orticoltura specializzata.
  5. Orticoltura biologica.
  6. Altre tipologie (es. orticoltura sinergica, biodinamica ecc.).

Mediamente in Italia, le superfici aziendali sono molto basse, con netta prevalenza di aziende orticole con estensione <1 ha.

B.1) Orticoltura familiare
L’orticoltura familiare è caratterizzata da:

  • Piccole superfici (100 – 1000 m²).
  • Produzione vivaistica.
  • Autoproduzione delle sementi.
  • Produzione di ortaggi in consociazione ad altre piante da frutto o da fiore.

L’orticoltura familiare è quella attualmente più diffusa non solo in Italia, ma anche in molti paesi Europei.

B.2) Orticoltura stabile
Questa tipologia di orticoltura è caratterizzata da:

  • Superfici limitate (1000 – 10000 m²).
  • E’ presente ai margini delle città.
  • Prevede l’utilizzazione intensiva delle superfici (es. successioni/consociazioni strette e mezzi di protezione).
  • Coltivazione di specie che vengono vendute sui mercati locali tutto l’anno (es. cavoli, insalate, specie aromatiche ecc.).

L’orticoltura stabile, si caratterizza anche per:

  • Successione di 3 – 4 colture durante l’anno.
  • Utilizzo elevato di concimi minerali (con problemi di stanchezza del suolo, salinità e sviluppo di parassiti).
  • Meccanizzazione delle operazioni colturali difficoltosa a causa delle ridotte superfici.

In questo tipo di orticoltura si trovano spesso operatori part – time, che trovano in questa attività una fonte di reddito integrativa.

B.3) Orticoltura non specializzata
Questa tipologia di orticoltura è caratterizzata da:

  • Superficie aziendale di media dimensione (> 10000 m²).
  • Avvicendamento degli ortaggi con cereali e/o foraggere.
  • Coltivazione di ortaggi primaverili – estivi da rinnovo all’inizio della rotazione o piante intercalari in autunno – inverno dopo i cereali.

L’orticoltura non specializzata, è diffusa nelle aree fresche e fertili del Nord, Centro e Sud Italia dove c’è disponibilità di manodopera.
In particolare:

  • Pianura Padana.
  • Maremma toscana e laziale
  • Aree irrigue della Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna.

La produzione viene destinata a:

  • Industria di trasformazione.
  • Mercati all’ingrosso.
  • Esportazione.

Tra gli ortaggi che possono essere coltivati con l’orticoltura specializzata, vi sono:

  • Colture da rinnovo (es. patata, pomodoro, peperone, melone, cocomero, aglio e cipolla.
  • Colture intercalari (es. cavoli, insalate, finocchi e sedano).
  • Colture poliennali fuori rotazione (es. carciofo e asparago).
  • Colture frutticole in aziende ad indirizzo orticolo/frutticolo (es. ortaggi invernali e fragole).

Questo tipo di orticoltura presenta delle problematiche fitosanitarie, legate ai fenomeni di stanchezza del terreno a causa delle rotazioni troppo brevi tra una specie e l’altra.
Per questo sia le stesse colture, che quelle a ciclo poliennale (es. carciofo) non dovrebbero tornare sullo stesso terreno per un periodo minimo di 3 –4 anni.

B.4) Orticoltura specializzata
L’orticoltura specializzata è caratterizzata da:

  • Aziende di media o grande estensione (1 – 10 ha).
  • Coltivazione in zone pianeggianti, con terreni profondi, freschi e fertili.
  • Coltivazione di ortaggi in successione continua mediante tecniche di protezione (tunnel e/o serre).

La coltivazione degli ortaggi con questo tipo di orticoltura, mediante l’uso di mezzi protettivi può svolgersi in:

  • Serre fredde.
  • Serre calde.
  • Impianti di riscaldamento utilizzati per brevi periodi di tempo.

Grazie all’impiego dei mezzi di protezione, è possibile distinguere anche:

  • Orticoltura specializzata di pieno campo.
  • Orticoltura specializzata di serra.

Entrambi i sistemi, sono caratterizzati da intensità colturali e piani di coltivazione diversi.
Il risultato produttivo finale dipenderà da:

  • Impiego di varietà adatte alla coltivazione in ambiente protetto.
  • Controllo della salinità del terreno.
  • Utilizzo ripetuto di concimi minerali entro le soglie di tolleranza della specie.
  • Impiego di varietà resistenti alla stanchezza del suolo.
  • Disinfezione del terreno (mediante solarizzazione o fumiganti chimici).

Anche nell’orticoltura specializzata sono frequenti fenomeni di stanchezza del terreno, a causa delle continue successioni colturali e della diffusione di parassiti.

B.5) Orticoltura biologica
L’orticoltura biologica, è quel tipo di coltivazione che non prevede o esclude l’utilizzo di prodotti fitosanitari (concimi e/o fitofarmaci di sintesi), e di conseguenza il ricorso a sistemi colturali intensivi.
La produzione biologica è disciplinata dall’ex regolamento CEE n°198 del 22/7/1991 ad oggi migliorato attraverso il Regolamento CE n°834 del 28/6/2007.
I principi su cui si basa il sistema di coltivazione biologica sono:

  • Rispetto dell’ambiente.
  • Conservazione degli equilibri biologici naturali.
  • Esclusione dell’impiego di prodotti chimici di sintesi.
  • Lotta dei parassiti con mezzi naturali, fisici, agronomici e biologici.
  • Rotazione delle colture.
  • Impiego di varietà locali/antiche resistenti ai parassiti.
  • Uso di concimi naturali di derivazione organica (letame, stallatico, pollina, scarti di lavorazione ecc.).

Gli ortaggi ottenuti con il sistema della produzione biologica devono:

  • Essere controllati biologicamente da enti preposti.
  • Riportare il marchio di produzione biologica.
  • Non avere nessun tipo di residuo sia nel prodotto fresco e/o trasformato.

Il settore dell’orticoltura biologica alimenta molto i mercati locali soprattutto su piccola scala con estensioni colturali e produzioni in netta espansione negli ultimi anni.
Tuttavia però le superfici interessate sono ancora modeste, a causa delle difficoltà di competizione produttiva a livello globale.

B.6) Altre tipologie
In questi ultimi anni, a seguito delle sempre maggiori esigenze produttive e qualitative, si sono diffusi altri sistemi di orticoltura a basso impatto ambientale più salutari e rispettosi degli organismi viventi.
Tra le più importanti ricordiamo:

  1. Orticoltura sostenibile.
  2. Orticoltura biodinamica.
  3. Orticoltura sinergica.
  4. Permacoltura.
  5. Orticoltura urbana.

C) Il clima e la produzione di ortaggi
Per ogni specie di ortaggio, esiste un periodo nel quale si concentra la sua produzione in determinate stagioni, in base alle :

  • Esigenze climatiche.
  • Resistenza al freddo.

La resistenza al freddo dipenderà a sua volta:

  • Dal grado d’indurimento della specie.
  • Dalla fase di crescita della pianta.
  • Dal contenuto di acqua nei tessuti.

In base alla resistenza al freddo (0- 2° C) gli ortaggi vengono classificati in:

  1. Specie resistenti
    Bietola da coste, cavolo di Bruxelles, cavolo nero, cavolo verza, cicoria, radicchio, cipolla, aglio, indivia scarola, porro, rapa e spinacio.
  2. Specie tolleranti
    Bietola da orto, cardo, carota, carciofo, cavolo broccolo, cavolo cappuccio, cavolfiore, indivia riccia, fava, finocchio, lattuga, pisello, patata, prezzemolo e sedano.
  3. Specie sensibili
    Basilico, cetriolo, cocomero, fagiolo, melanzana, melone, peperone, pomodoro, zucca e zucchina.

I parametri climatici più importanti che influiscono sulla crescita e sviluppo degli ortaggi, sono:

  • Temperatura.
  • Luce.
  • Umidità relativa.

C.1) Influenza della temperatura
In base alle esigenze di temperatura minime per la crescita delle piante, gli ortaggi vengono classificati in:

  1. A basse esigenze termiche.
  2. A medie esigenze termiche.
  3. Ad elevate esigenze termiche.

Tra quelli a basse esigenze termiche, fanno parte di queste categoria gli ortaggi da foglia come:

  1. Bietola da taglio e da coste.
  2. Lattuga.
  3. Indivia.
  4. Cicoria.
  5. Spinacio.
  6. Cavoli.
  7. Rape.
  8. Aglio.
  9. Cipolla.
  10. Fragola.

Questa tipologia di ortaggio, riesce a crescere bene in presenza di basse temperature e in particolare con minime notturne comprese tra i 5 e gli 8°C.
I cicli colturali sono:

  • Autunno – invernale al Sud.
  • Estivo – autunnale o primaverile al Nord.

Fanno parte invece della categoria degli ortaggi a medie esigenze termiche, specie come:

  1. Bietola da orto.
  2. Carota.
  3. Prezzemolo.
  4. Finocchio.
  5. Sedano.
  6. Cetriolo.
  7. Zucchina.
  8. Patata.
  9. Pomodoro.
  10. Fava.
  11. Pisello.
  12. Carciofo.
  13. Asparago.

Questi ortaggi riescono a crescere con temperature minime notturne di 8-13°C (fase vegetativa) e di 15-20°C (fase riproduttiva).
I ciclo colturali sono:

  • Autunno – invernale al Sud.
  • Primaverile – estivo al Nord.

A categoria infine, degli ortaggi ad elevate esigenze termiche, fanno parte specie come:

  1. Cocomero.
  2. Melone.
  3. Zucca.
  4. Peperone.
  5. Melanzana.
  6. Fagiolo.

Queste specie riescono a crescere soltanto se le temperature minime notturne sono > 13°C soprattutto in pieno campo.

I cicli colturali sono:

  • Primaverile – estivo al Centro e al Sud.
  • Fuori stagione (in serra) al Sud e al Nord.

C.2) Influenza della luce
Lo sviluppo e la produzione degli ortaggi dipende anche dalla presenza della luce, espressa come:

  • Irraggiamento solare.
  • Lunghezza del giorno (fotoperiodo).

Questi parametri a sua volta influenzano la fotosintesi delle piante e di conseguenza la loro programmazione colturale.
In base a tali parametri le piante ortive possono essere:

  • Annuali.
  • Biennali.
  • Poliennali.

Vengono definite biennali quelle piante che al 1° anno di vita producono organi  vegetativi (foglie e germogli) e al 2° anno di vita organi riproduttivi (fiori e frutti).
In queste specie l’esposizione alla luce e a temperature di 0 – 5°C nelle prime fasi di crescita al 1° anno, provoca la loro prefioritura.
Fanno parte di questa categoria specie come:

  • Cavoli.
  • Lattuga.
  • Radicchio.
  • Sedano.
  • Bietola.
  • Cipolla.

Le specie poliennali, hanno invece esigenze termiche differenziate durante le loro fasi del ciclo colturale, adattandosi a superare condizioni limitanti di crescita sia in inverno che in estate.
Sono però soggette ai danni da freddo sia alla ripresa vegetativa che in fase di fruttificazione.
A questa categoria fanno parte:

  • Asparago.
  • Carciofo.

C.3) Tipo di produzione
In base all’adattamento delle varietà di ortaggio alle condizioni climatiche presenti in Italia, le specie presenti sui mercati vengono distinte in tre tipi di produzione:

  • Produzioni autunno – invernali.
    Cavoli, insalate invernali, bietola, spinacio, carota, cardo, sedano, finocchio, porro, cipolla, fava, pisello e carciofo.
  • Produzioni primaverili.
    Asparago, carciofo, fragola, cipolla, aglio, carota, fava, pisello, finocchio, patata, ravanello, pomodoro, peperone, fagiolo, cetriolo e zucchina.
  • Produzioni estive.
    Peperone, melanzana, fagiolo, cocomero, melone, cetriolo, zucca e zucchina.

D) Tecniche di protezione degli ortaggi
I mezzi di difesa e forzatura degli ortaggi vengono divisi in:

  • Mezzi di difesa della parte radicale o ipogea (copertura del terreno e pacciamatura).
  • Mezzi di difesa della parte aerea o epigea (tunnel e serre).

Tra i mezzi di difesa della parte aerea delle piante ricordiamo:

  1. Frangivento.
    Alberature.
    Reti di plastica.
  2. Mezzi antigelo e/o antibrina.
    Irrigazione.
    Stufe.
    Ventilatori
  3. Mezzi antigrandine.
    Razzi esplodenti.Reti antigrandine.
    Ioduro d’argento.
  4. Ombreggiamento.
    Stuoie.
    Reti di plastica.
  5. Semi forzatura o copertura delle piante con teli di plastica (tessuto non tessuto) forati.

D.1) Semi forzatura
La semi forzatura o copertura degli ortaggi, consiste nel proteggere le piante per una parte del loro ciclo colturale.
Essa può essere:

  • Semi forzatura limitata a singole piante (es. campane, cappucci e cassette).
  • Semi forzatura estesa a file di piante (es. aiuole, cassoni e tunnel).
  • Semi forzatura estesa a interi appezzamenti (es. tettoie, serre-tunnel e serre).

I sistemi di semiforzatura maggiormente impiegati sono la pacciamatura e i tunnel.

D.1.1) Pacciamatura
Consiste nel difendere e/o ricoprire la parte ipogea delle piante (radici) con vari materiali che possono essere:

  • Naturali inerti
    1) Foglie.
    2) Paglia.
    3) Pula.
    4) Torba.
    5) Letame.
  • Artificiali
    1) Cartoni catramati
    2) Emulsioni bituminose.
    3) Film plastici.

La pacciamatura artificiale può essere realizzata con:

  1. Film in polietilene nero PE (0,007 – 1 mm di spessore; 1,20 – 1,30 m di larghezza).
  2. Film in PVC grigio o incolore.
  3. Film fotodegradabili (0,02 – 0,03 mm di spessore).

In base alla modalità d’applicazione, la pacciamatura può essere:

  1. Parziale o ad aiuole di 80 – 100 cm di larghezza con 30 – 40 cm di passaggio (su grandi aree di pianura meccanizzabili).
  2. Totale (su piccole aree non meccanizzabili di collina).
  3. In serra.

I principali parametri costruttivi da prendere in considerazione per la pacciamatura con il film plastico sono:

  1. Riscaldamento dello strato superficiale (10 – 20 cm).
  2. Conservazione della struttura e umidità del terreno.
  3. Eliminazione delle piante infestanti.
  4. Isolamento della pianta e dei frutti dal terreno.
  5. Controllo dei parassiti terricoli (nematodi, insetti, funghi patogeni) con la tecnica della solarizzazione (copertura del terreno in estate con film incolore di 0,1 mm per 50 – 60 giorni).

Le specie orticole che si adattano meglio alla pacciamatura sono:

  • Piante con apparato radicale superficiale (es. fragola e patata).
  • Piante ad elevate esigenze termiche (es. cocomero, melone, zucca e zucchina).

Grazie alla pacciamatura, queste specie possono avere un anticipo di produzione di circa 7 – 10 giorni a seconda del clima.

D.1.2) Tunnel
I tunnel, sono sistemi di semi forzatura degli ortaggi, che consistono nel costruire un intelaiatura leggera di metallo ad archetto, su cui si pone sopra un film plastico (PE o PVC), fissato mediante interramento laterale ai bordi.
I tunnel vengono impiegati per gli ortaggi primaverili anticipati e possono essere a seconda delle dimensioni:

  • Piccoli.
  • Medi.
  • Grandi.

I tunnel piccoli hanno le seguenti caratteristiche:

  1. Altezza di 30 – 40 cm
  2. Base di 40 – 50 cm.
  3. Possono essere disposti meccanicamente.
  4. Vengono impiegati per colture ad alte esigenze termiche (es. cocomero e melone al Centro Sud).
  5. Possono essere forati per facilitare l’areazione e la crescita delle piante.

I tunnel medi, invece hanno le seguenti caratteristiche:

  1. Altezza 60 – 80 cm.
  2. Base 70 cm.
  3. Presentano aperture laterali d’areazione.
  4. Vengono impiegati per colture che sopportano gli sbalzi termici dovuti alla continua apertura (es. fragola e pomodoro).
  5. Si possono impiegare in alternativa dei film perforati, da mantenere fissi.

In alternativa possono essere utilizzati dei tunnel senza strutture di sostegno con copertura diretta della pianta.
Si possono impiegare materiali di:

  • Tessuto non tessuto leggero (es. 17 – 20 g/m²).
  • Film di polietilene (PE) con 500 fori circa di 1cm di diametro.

Queste coperture sono adatte per ortaggi da foglia (es. insalate), da radice (carota), oppure per la fragola da proteggere prima della fioritura.
La copertura deve essere mantenuta in base alle condizioni ambientali e tolta prima dell’allegagione dei frutti.

D.2) Forzatura
Consiste nel proteggere le piante per tutto il loro ciclo colturale ricorrendo all’impiego di serre climatizzate (calde o fredde).
Attraverso l’uso delle serre, è possibile ottenere ortaggi fuori stagione con:

  • Elevato valore di mercato.
  • Maggiore produttività.
  • Ciclo colturale più lungo.

D.2.1) Serre
Agli inizi degli anni 80 in Italia, le colture protette in serra arrivavano a circa 19.000 ha, di cui 3000 destinati in parte all’orticoltura e alla floricoltura con una parte d’impiego su piante arboree (es. vite e pesco).
Oggi sia gli ettari investiti a serre che le produzioni, di ortaggi protetti, sono nettamente incrementate.
Le serre vengono costruite con materiali sempre più innovativi caratterizzati da strutture economiche e con massimo rendimento termico.
Per questo esistono tipologie diverse in base a:

  • Materiali impiegati.
  • Forma del tetto.
  • Tipo di climatizzazione.

Il rendimento termico di una serra dipende da:

  • Quantità di calore acquistato.
  • Quantità di calore disperso.
  • Quantità di calore trasmesso per:
    a) Conduzione.
    b) Convezione.
    C) Irraggiamento.

Per acquistare la massima quantità di calore, è necessario impiegare materiali di copertura ad elevato effetto serra.
Tutto questo si realizza con:

  1. Strutture portanti a sezione ridotta.
  2. Uso di materiali ad elevata trasmissione delle radiazioni solari.
  3. Uso di materiali a bassa trasmissione di raggi infrarossi.
  4. Orientamento Est – Ovest della copertura della serra.
  5. Tetti ad elevata inclinazione, curvilinei o asimmetrici con falda ampia rivolta a Sud.
  6. Orientamento delle file delle serre in direzione Nord – Sud.

Per ridurre le dispersioni termiche in una serra è necessario:

  1. Incrementare l’ermeticità.
  2. Aumentare la coibentazione delle pareti (es. doppi teli o schermi termici).
  3. Porre la serra in zone protette da venti.
  4. Utilizzare coefficienti di forma (rapporto lunghezza/larghezza) basso per ridurre la dispersione di calore.

Il condizionamento delle serre può essere realizzato con vari sistemi come:

  1. Riscaldamento
    a) Termosifoni con aerotermi.
    b) Generatori di aria calda.
    c) Stufe.
  2. Ventilazione
    a) Finestre laterali.
    b) Finestra di colmo.
  3. Raffrescamento
    a) Metodo del Cooling system con umidificatori.
  4. Ombreggiamento
    a) Reti di plastica.
    b) Tinteggiatura con calce e/o gesso.
  5. Illuminazione artificiale supplementare.
    a) Lampade HID.
    b) Lampade 400 W.
  6. Illuminazione artificiale periodica.
    a) Lampade ad incandescenza.
    b) Lampade a fluorescenza (60 – 150 W).
  7. Concimazione carbonica con apporto di CO2
    a) Bruciatore di propano o metano a distribuzione automatica sulla base dell’intensità luminosa.
    b) Distribuzione di CO
    2 pura in bombole.
  8. Umidificazione
    1) Umidificatori centrifughi.
    2) Ugelli nebulizzanti (Mist o Fog).

E) Impianto degli ortaggi
La maggior parte degli ortaggi conosciuti, si propagano esclusivamente per seme o per via sessuata, fatta eccezione per alcune specie che si propagano per via vegetativa o asessuata come:

  1. Patata (tubero).
  2. Aglio (bulbillo).
  3. Zafferano (rizoma).

Per le specie ortive propagabili per seme, i sistemi d’impianto più utilizzati sono:

  • Semina diretta.
  • Trapianto.

La semina diretta viene eseguita in pieno campo, mentre il trapianto prevede una fase d’allevamento delle piantine in vivaio.
La scelta di tali tecniche è legata a:

  1. Fattori ambientali.
  2. Sistemi di programmazione colturale.
  3. Fattori economici.

E.1) Semina
In base alla modalità con cui viene effettuata, la semina in pieno campo, può essere:

  • Manuale.
  • Meccanica.

La semina meccanica fatta con moderne macchine seminatrici pneumatiche, permette di ottenere:

  1. Semine di precisione in condizioni favorevoli (germinabilità elevata e terreno uniforme).
  2. Piante regolarmente spaziate.
  3. Impianto di vaste superfici in poco tempo (4 – 8 ore/ha).

Tra i vantaggi della semina diretta ricordiamo:

  1. Apparato radicale delle piante più profondo.
  2. Piante meno soggette allo stress da trapianto.
  3. Piante più resistenti agli stress idrici.
  4. Metodo più rapido ed economico.

Tra gli svantaggi, abbiamo invece:

  1. Ciclo colturale più lungo.
  2. Necessità di interventi durante le prime fasi di crescita (es. diradamento).
  3. Condizioni non sempre favorevoli alla germinazione.
  4. Densità d’impianto poco adeguate.
  5. Spaziature poco uniformi.

E.1.1) Germinazione del seme
La germinazione del seme, è l’insieme di tutte quelle fasi morfologiche, fisiologiche e biochimiche a cui vanno incontro i semi al fine di generare una nuova pianta.
Affinché il processo germinativo abbia luogo, è indispensabile che si verifichino quattro condizioni:

  1. L’embrione del seme sia vitale.
  2. Non debbono esserci ostacoli fisiologici, fisici e chimici (dormienza), tali da impedire il processo di germinazione.
  3. Le condizioni ambientali (temperatura e umidità), siano favorevoli.
  4. La germinazione deve avvenire rapidamente, sia per limitare la fase di permanenza in semenzaio, sia per ridurre gli attacchi parassitari che possono esserci a carico del seme e della nuova piantina.

La germinazione dei semi avviene in tre fasi ben distinte che sono:

  • Fase 1: Risveglio del seme (attivazione).
  • Fase 2: Digestione e distribuzione delle sostanze del seme.
  • Fase 3: Sviluppo della piantina.

La Fase 1 di risveglio del seme, è suddivisibile a sua volta in altre tre sotto fasi che sono:

  • Imbibizione del seme.
  • Sintesi degli enzimi e degli ormoni.
  • Fuoriuscita della radichetta.

La fase di imbibizione del seme, è quella che avviene subito dopo che il seme ha superato la fase di dormienza.
In questa fase il seme diventa permeabile all’ossigeno e all’acqua idratandosi a sua volta. L’idratazione favorisce l’attivazione del processo germinativo.
La sintesi degli enzimi e degli ormoni, prevede un’attivazione dei processi metabolici del seme, caratterizzati da:

  • Un aumento dell’attività enzimatica (in particolare gli enzimi che degradano gli zuccheri).
  • Un aumento del processo di respirazione.
  • Un incremento dei processi di degradazione delle sostanze di riserva del seme (amido, lipidi ecc.)
  • Afflusso di molecole solubili verso i tessuti embrionali del seme in accrescimento.

Anche dal punto di vista del quadro ormonale, si verifica una diminuzione degli ormoni inibitori della germinazione (ABA = acido abscissico) e un corrispettivo incremento degli ormoni promotori della germinazione (auxine, gibberelline e citochinine).
L’attivazione del seme, termina con in processo di fuoriuscita della radichetta dal seme, preceduta da un’intensa fase di accrescimento dell’embrione, nel corso del quale si verificherà la fuoriuscita della struttura dal suo involucro.
Durante la Fase 2 di digestione e distribuzione delle sostanze del seme, le sostanze di riserva (amido, lipidi, proteine ecc.), degradate a sostanze solubili e più semplici (glucosio, acidi grassi e amminoacidi), vengono poi trasferite nei tessuti di accrescimento.
Infine una volta giunti alla Fase 3 in cui la struttura della piantina è ormai evidente, è possibile distinguere un asse (o fusticino), dove sono inseriti i cotiledoni (ossia le foglie primordiali).
Su questo asse è possibile distinguere la radichetta (la parte che si svilupperà verso il basso che originerà le radici) e la piumetta o plumula (la parte che si svilupperà verso l’alto che originerà il fusto e le foglie).
La germinazione del seme dipende a sua volta, da fattori intrinseci ed estrinseci.
I fattori intrinseci sono legati alle caratteristiche genetiche della specie come:

  1. Specie.
  2. Varietà.
  3. Presenza di ormoni.

I fattori estrinseci sono invece legati alle caratteristiche ambientali come:

  1. Acqua.
  2. Temperatura.
  3. Ossigeno.
  4. Luce.
  5. Stato sanitario.

E.1.2) Qualità dei semi
La qualità di un seme, dipende dalla sua vitalità e germinabilità
La vitalità dei semi è la caratteristica di un seme di mantenere inalterate le sue funzioni fisiologiche nel tempo.
Questa proprietà dipende dalle:

  • Caratteristiche intrinseche (es. specie e varietà).
  • Caratteristiche estrinseche (es. ambiente di coltivazione, temperatura e umidità della specie).

In base alla vitalità dei semi le specie erbacee possono essere classificate:

  1. A vita breve (circa 3 anni es. cicoria e lattuga).
  2. A vita intermedia (circa 4 anni es. orzo, fagiolo, segale, frumento e farro).
  3. A vita lunga (circa 5 anni e oltre es. cipolla, bietola, cece, cocomero, melone, zucca e zucchina, carota, lattuga, pomodoro, melanzana e mais).

La germinabilità di un seme è la probabilità in percentuale che un seme vitale dia origine ad una nuova pianta. I due più grandi nemici della conservazione delle sementi sono il calore e l’umidità.
Semi che vengono conservati in ambienti dove sia la temperatura che l’umidità sono molto fluttuanti, perdono le loro proprietà germinative in breve tempo.
Per avere una buona conservazione è necessario che l’umidità sia mantenga bassa intorno:

  1. 20-25% per i semi a vita lunga.
  2. 4-6% per i semi a vita media.
  3. Senza troppe fluttuazioni.

Nonostante tutto i semi anche se essiccati restano comunque vitali ed in equilibrio con l’umidità ambientale.
Se vengono reidratati oltre il 15% diventano suscettibili allo sviluppo di parassiti, sopra il 20% vanno incontro ad un processo di riscaldamento e se arrivano al 40-60% si può attivare la germinazione.
Per quanto riguarda la temperatura come fattore influente sulla conservazione dei semi è necessario ricordare che non deve andare al di sotto di certi limiti (es. 0 – 1°C), per non interrompere troppo il processo di crescita e sviluppo dell’embrione, ne al di sopra (10 – 15°C) per non impedire i processi vitali del seme stesso.
L’intervallo di temperatura migliore per avere una corretta conservazione del seme deve aggirarsi tra 2 – 7°C.

E.2) Trapianto
Il trapianto è quella tecnica d’impianto dei semi, che prevede una fase di allevamento delle piantine in serra, prima di essere trasferite in pieno campo.
Tra i vantaggi della tecnica ricordiamo:

  1. Anticipo del ciclo produttivo.
  2. Produzioni più precoci (es. quelle primaverili) sia in pieno campo che in serra.
  3. Ciclo di coltivazione più breve rispetto ad una pianta seminata direttamente.
  4. Utilizzazione del terreno per più colture nello stesso anno.
  5. Eliminazione delle fallanze.
  6. Minore competizione con le piante infestanti.
  7. Maggiore uniformità di crescita delle piantine.
  8. Migliore distanziamento delle piantine.
  9. Possibilità di utilizzo di macchine trapiantatrici (capacità di lavoro di 1 ha di 6 – 12 ore circa).

Tra gli svantaggi avremo invece:

  1. Maggiori costi dovuti all’allestimento del vivaio e dei semenzai.
  2. Problemi di attecchimento delle piantine.
  3. Apparato radicale più superficiale.
  4. Piante più soggette agli stress idrici.
  5. Piante più soggette agli stress da trapianto.

La tecnica del trapianto molto costosa, utilizzata soprattutto per gli ortaggi ibridi F1 o le piante disponibili in quantità ridotta, prevede la strutturazione di un vivaio orticolo con la produzione di piante in maniera precisa e senza perdite.
Un vivaio orticolo moderno prevede la seguente organizzazione:

  1. Ricevimento ordine.
  2. Controllo substrati.
    a) Acquisto.
    b) Analisi chimico/fisiche.
    c) Test di
    fitotossicità.
    d) Preparazione.
  3. Controllo sementi.
    a) Acquisto.
    b) Prove di germinabilità.
    c) Trattamenti
    pregerminativi.
  4. Programmazione della semina.
  5. Semina nei contenitori.
  6. Germinazione in camere umide o celle climatiche.
    a)
    Ripicchettamento.
    b) Rinvaso.
  7. Trasferimento delle piantine nelle serre di crescita.
    a) Acclimatazione.
    b) Irrigazione.
    c) Concimazione.
    d) Trattamenti antiparassitari. e
    e) Uso di
    fitoregolatori.
    f) Indurimento.
  8. Imballaggio e spedizione.
  9. Recupero e sterilizzazione dei contenitori.

La produzione delle piantine in un vivaio orticolo, da destinare al successivo trapianto, può essere fatta ricorrendo a:

  • Piantine a radice nuda.
  • Piantine con il pane di terra.

In un vivaio orticolo, la produzione delle piantine con il pane di terra, può essere eseguita ricorrendo ai seguenti sistemi come:

  1. Semina in vasetti di carta.
  2. Semina in contenitori alveolati.
  3. Semina in vasetti di torba.

La semina in vasetti di carta, prevede l’utilizzo di vasetti a sezione esagonale (paperpots), incollati tra loro e disposti su vassoi di alluminio recuperabili.
I vasetti di carta:

  1. Vengono prodotti in dimensioni diverse (da 3 a 10 cm).
  2. Vengono utilizzati in base alle esigenze delle colture.
  3. Su larga scala vengono impiegate linee di lavorazione adatte al riempimento e/o semina automatica.
  4. Nelle soluzioni più efficienti, la colla che tiene insieme i vasetti, si può staccare con l’acqua in modo da facilitare il distanziamento e la messa a dimora delle piantine.

La semina in contenitori alveolati consiste, nell’impiego di contenitori di polistirolo o polipropilene, da cui è possibile estrarre le piantine con il substrato assieme alle radici.
Questo sistema prevede:

  1. Produzione di linee automatizzate per il riempimento e la semina.
  2. Soluzioni più avanzate con semina automatica di circa 400 cassette l’ora.
  3. Riempimento da 20 ai 150 alveoli circa utilizzando 2 persone.

La semina in vasetti di torba prevede, infine l’impiego della torba per confezionare dei contenitori in balle da 80 litri che vengono umidificati al momento dell’impiego.
Questo sistema permette:

  1. Eliminazione del problema dei vasetti.
  2. Le piantine vengono separate dal cubetto al momento dell’impianto.
  3. Utilizzazione di macchine cubettatrici in grado di produrre cubetti da 3 a 7 cm con capacità oraria di 2000 – 12000 cubetti.
  4. Semina di precisione.
  5. Utilizzo sia di seme nudo che confettato.

I principali substrati che vengono impiegati, per effettuare le semine in vivaio sono dei miscugli a base di:

  1. Torba bionda.
  2. Torba bruna.
  3. Perlite.
  4. Vermiculite.

I substrati prima di essere impiegati devono essere:

  1. Controllati dal punto di vista chimico.
  2. Controllati dal punto di vista fisiologico (con prove di crescita delle piante).
  3. Controllati dal punto di vista fitosanitario per evidenziare se vi sono dei residui tossici di sali e/o pesticidi e parassiti.

Le fasi successive alla semina nei contenitori prevedono:

  1. Trasferimento dei contenitori in camere umide per alcuni giorni, con elevata umidità e temperatura variabile tra i 15 – 25 °C.
  2. Bagnatura costante dei contenitori e delle piantine mediante irrigazione automatica per abbreviare i tempi di germinazione e l’uniformità delle nascite.
  3. Una volta avvenuta l’emergenza delle plantule, si procede al ripicchettamento per uniformare l’accrescimento successivo.
  4. Trasferimento delle piantine in contenitori più grandi.
  5. Fase d’indurimento.

L’indurimento (hardening), è quella tecnica che ha come scopo quello di aumentare la resistenza delle giovani piantine agli stress fisici, idrici, chimici ai trasporti e al trapianto, prima di essere commercializzate.
La tecnica dell’indurimento viene effettuata cercando di stimolare la resistenza incrociata, secondo la quale una piantina quando viene sottoposta a stress di lieve entità diventa resistente a stress di natura diversa.
L’indurimento delle piantine può essere ottenuto ricorrendo a vari sistemi come:

  1. Impiego di regimi idrici ridotti (in particolare negli ultimi 10 giorni di permanenza in vivaio).
  2. Utilizzo di temperature differenziate (con modificazione delle caratteristiche morfologiche e fisiologiche della piantina).
  3. Controllo della nutrizione vegetale attraverso regimi equilibrati.
  4. Impiego di sostante chimiche (es. CCC cycocel o PP-333 pacobutrazolo), in grado di modificare l’accrescimento delle piantine.

La densità colturale delle piantine è un parametro che deve tener conto di numerosi fattori come:

  1. Capacità di competizione di ogni specie e/o varietà.
  2. Condizioni climatiche.
  3. Contenuto di acqua e nutrienti.
  4. Ciclo colturale.
  5. Indirizzo produttivo delle piante.
  6. Standard qualitativi richiesti dal mercato.
  7. Possibilità di meccanizzazione delle piante.

F) Nutrizione minerale degli ortaggi
Gli elementi nutrizionali delle piante sono suddivisi in:

  1. Macroelementi
    a) Primari (Carbonio C, Ossigeno O, Idrogeno H, Azoto N, Fosforo P, Potassio K)‏.
    b) Secondari (Magnesio Mg, Calcio Ca, Zolfo S)‏.
  2. Microelementi (Ferro Fe, Zinco Zn, Manganese Mn, Rame Cu, Boro B, Molibdeno Mo, Cloro Cl ecc.).

La crescita e la produttività delle piante non dipende solo dalla loro presenza, ma anche dalla loro disponibilità nel terreno.
La disponibilità di un elemento minerale nel suolo può essere:

  1. Disponibilità chimica totale.
    La quantità totale di ciascun elemento nel terreno.
  2. Disponibilità chimica solubile.
    La forma chimica che ne determina l’assorbimento da parte delle piante.
  3. Disponibilità fisiologica
    L’antagonismo o il sinergismo che altri elementi possono esercitare sull’assorbimento chimico, dipendente a sua volta da:
    1) pH.
    2) Temperatura.
    3) Grado d’ossigenazione del terreno.

F.1) Fabbisogno nutritivo degli ortaggi
Il fabbisogno e/o le esigenze nutritive degli ortaggi, può essere determinato ricorrendo a due sistemi che sono:

  • Empirici.
    a) Richiesta di elementi nutritivi in base al tipo di produzione utilizzata.
  • Analitici.
    a) Asportazioni annuali.
    b) Diagnostica fogliare.
    c) Reazione delle piante al pH del suolo.
    d) Tolleranza alla salinità.

I metodi di valutazione empirica, che tengono conto del tipo di produzione utilizzata, affermano che:

  1. Le specie da foglia, tubero e rizoma richiedono un rapporto equilibrato di azoto, fosforo e potassio (N – P – K).
  2. Le specie da fiore richiedono in prevalenza potassio (K).
  3. Le specie da bulbo e da frutto richiedono in prevalenza fosforo e potassio (P – K).
  4. Nelle leguminose che sono azotofissatrici, non si considera l’azoto, richiedendo in prevalenza fosforo (P).

Il metodo analitico delle asportazioni annuali, consiste nell’andare a determinare il fabbisogno di elementi nutritivi, calcolando la loro quantità in kg  (es. N – P – K) asportata annualmente per quintale (q) di prodotto ottenuto.
Questo sistema ha il vantaggio di:

  1. Stabilire il fabbisogno teorico della coltura.
  2. Determinare i rapporti tra gli elementi nutritivi.
  3. Determinare il ritmo di assorbimento degli elementi nutritivi, nelle varie fasi di crescita delle piante, in base al contenuto di sostanza secca (s.s.) accumulata.

Tuttavia il metodo presenta lo svantaggio di:

  1. Non tener conto che le asportazioni annuali degli elementi nutritivi, non variano con la produzione.
  2. Le esigenze nutritive di una pianta variano in base a:
    a) Specie.
    b) Varietà.
    c) Intensità colturale.
    d) Condizioni climatiche.
    e) Ciclo colturale.
  3. La quantità di elementi asportati in particolare azoto e potassio (N – K), aumenta quando l’intensità colturale è elevata.
  4. La ripartizione delle sostanze nutritive negli organi della pianta (frutti, radici, fiori e foglie) varia a seconda del tipo di coltura.

Il metodo della diagnostica fogliare, consiste nel determinare il fabbisogno nutritivo della coltura, semplicemente prelevando le foglie in particolari fasi fisiologiche (es. fioritura e allegagione) del ciclo della pianta ed evidenziare eventuali carenze di macroelementi e microelementi.
Tuttavia a differenze delle piante arboree da frutto (a ciclo poliennale) dove il sistema è ormai collaudato ed efficace, in orticoltura non ha trovato diffusione a causa di:

  • Cicli colturali brevi (piante annuali e/o biennali).
  • Mancanza di servizi rapidi per l’analisi delle foglie.

Un altro metodo per stabilire il fabbisogno nutritivo delle colture, è quello di verificare la reazione delle piante al pH del suolo.
Sulla base di questo dato, le specie orticole presentano dei valori  ottimali di pH compresi tra:

  1. 6 – 8 (Asparago, basilico, carciofo, cavoli e bietola).
  2. 6 – 7,5 (Melone, pisello, rapa, prezzemolo, spinacio e zucchina).
  3. 6 – 7 (Cavolfiore, cipolla, indivia, lattuga, ravanello e sedano).
  4. 5, 5 – 7,5 (Carota, cetriolo, fagiolo, pomodoro e zucca).
  5. 5,5 – 7 (Melanzana e peperone).
  6. 5,5 – 6,5 (Cocomero e fragola).
  7. 5 – 6,5 (Patata).

La salinità del terreno (espressa in microhms o ), ci permette di classificare gli ortaggi in:

  1. Specie sensibili (0,5 – 1 ‰) o (700 – 1400 m) (fagiolo, fragola, lattuga, pisello, fava, carota, cipolla e ravanello).
  2. Specie moderatamente sensibili (1 – 1,5 ‰) o (1400 – 2100 m) (patata, cetriolo, melone, peperone, pomodoro e porro).
  3. Specie tolleranti (1,5 – 2 ‰) o (2100 – 2800 m) (asparago, bietola, carciofo, sedano, spinacio, zucchina).

G) Concimazione
La concimazione degli ortaggi, viene tradizionalmente distinta in due tipologie che sono:

  • Concimazione di fondo.
  • Concimazione di produzione.

G.1) Concimazione di fondo
La concimazione di fondo, detta anche d’impianto, di base o iniziale, ha come scopo essenziale di elevare e/o ristabilire la fertilità del suolo per dare l’avvio alla coltivazione.
Per poter determinare il quantitativo di elementi nutritivi da apportare è necessario eseguire:

  • Analisi del terreno.
  • Valutazione delle soglie di tolleranza o sufficienza degli elementi nutritivi.

I concimi che vengono distribuiti in questa fase sono:

  1. Concimi azotati a lento effetto.
  2. Concimi organici (es. letame, stallatico, pollina ecc.).
  3. Concimi poco mobili nel terreno a base di fosforo P e potassio K.
  4. Concimi a base di microelementi (es. ferro, Fe, boro B, rame Cu ecc.).

G.2) Concimazione di produzione
La concimazione di produzione chiamata anche concimazione annua di mantenimento, viene eseguita durante il periodo vegetativo e produttivo, al fine di restituire alle piante ciò che hanno asportato dal terreno nel corso dell’anno.
La quantità di elementi nutritivi da distribuire viene calcolata tenendo conto delle:

  1. Asportazioni annuali degli elementi nel suolo.
  2. Perdite per dilavamento.
  3. Perdite per insolubilizzazione.

Durante questa fase i concimi che vengono distribuiti sono principalmente quelli azotati (ammoniacali NH4+ o nitrici NO3), cercando di evitare gli eccessi d’azoto.
In agricoltura biologica è molto utile la distribuzione dei concimi organici.
A tal proposito durante la fase di produzione, la quantità di concime da apportare deve essere moltiplicata con dei coefficienti che sono:

  • Di 1,5 per azoto (N) e fosforo (P2O5).
  • Di 1,2 per il potassio (K2O).

Di questi quantitativi il 50% della concimazione della produzione deve essere distribuita all’impianto, cercando di controllare il livello di fertilità iniziale del terreno per non provocare eccessi di salinità nel suolo.
La distribuzione dei concimi al terreno può avvenire in due modi:

  • A tutto campo o sull’intera superficie.
  • Localizzata.
    1) Al di sotto del piano di semina e/o trapianto.
    2) Al lato del piano di semina e/o trapianto.

In merito a tale distribuzione è stato visto inoltre che:

  • Quando la quantità di concime da distribuire è bassa è consigliabile una concimazione localizzata.
  • Quando la quantità di concime da distribuire è elevata, è consigliabile una distribuzione a tutto campo.

Alcune piante rispondono meglio ad una distribuzione localizzata (es. fagiolo e cetriolo), altre invece ad una distribuzione a tutto campo (es. cocomero).

G.3) Tipi di concimi impiegati
Per quanto riguarda il tipo di concime da impiegare la scelta deve tenere conto di:

  • Costo dell’unità fertilizzante.
  • Esigenze nutritive della specie.
  • Facilità di distribuzione.

In base alla natura di cui sono fatti, i concimi che possono essere distribuiti sono:

  1. Minerali.
  2. Organici
  3. Organo – Minerali.

In base alla presenza di uno o più elementi della fertilità, i concimi minerali possono essere:

  1. Semplici
    Quando contengono un solo elemento della fertilità. (es. o solo N, o solo P, o solo K).
  2. Composti o complessi Quando contengono due o più elementi della fertilità.

A sua volta possono essere:

a) Binari
Quando contengono due elementi della fertilità. (es. N-P, P-K e N-K).
b) Ternari
Quando contengono i tre elementi della fertilità. (es. N-P-K).

Infine a seconda dello stato fisico in cui si trovano, i concimi possono essere:

  • Solidi
    La maggior parte dei concimi minerali ed organici‏.
  • Liquidi
    Liquame e i concimi fluidi minerali‏.
  • Gassosi
    Ammoniaca anidra‏.

In base poi alle modalità con cui vengono distribuiti i concimi, la concimazione può essere:

  1. Concimazione tradizionale al terreno o per via radicale.
  2. Concimazione fogliare.
  3. Fertirrigazione.

G.3.1) Concimazione tradizionale
Tra i concimi minerali solidi semplici a base di azoto N ricordiamo:

  1. Nitrato di sodio (concentrazione e cristallizzazione delle rocce).
  2. Nitrato di calcio (reazione tra il carbonato di calcio e l’acido nitrico).
  3. Nitrato d’ammonio (reazione tra l’ammoniaca e l’acido nitrico).
  4. Solfato d’ammonio (reazione tra l’ammoniaca e l’acido solforico).
  5. Solfonitrato d’ammonio (cristallizzazione tra il solfato e il nitrato d’ammonio).
  6. Cloruro d’ammonio (reazione tra l’ammoniaca e l’acido cloridrico).
  7. Urea (reazione tra carburo di calcio e azoto ad alte temperature).
  8. Calciocianammide (reazione tra carbammato, ammoniaca e anidride carbonica).

Tra i concimi fosfatici solidi semplici a base di fosforo P, ricordiamo:

  1. Fosforiti (dalla macinazione delle rocce fosfatiche).
  2. Perfosfato minerale (miscela tra solfati di calcio e fosfati minerali).
  3. Perfosfato triplo (trattamento delle rocce fosfatiche con acido solforico).
  4. Perfosfato d’ossa (macinazione di ossa animali contenenti fosforo).
  5. Fosfato precipitato (trattamento del fosfato con acido cloridrico o solforico).
  6. Fosfato condensato (disidratazione dell’acido fosforico con aggiunta di anidride fosforica).
  7. Scorie Thomas (scarto di lavorazione della ghisa per aggiunta di calce viva).

Tra i concimi potassici solidi semplici a base di potassio K ricordiamo:

  1. Cloruro di potassio (dalla macinazione delle rocce potassiche come la kainite, la silvite e la carnallite per trattamento con cloruro di sodio o cloruro di potassio).
  2. Solfato di potassio (da solubilizzazione delle rocce potassiche con aggiunta di solfato di magnesio, facendo reagire il cloruro di potassio).
  3. Salino potassico (scarto di lavorazione dei residui vegetali contenenti potassio dopo l’allontanamento della frazione organica).

Tra i concimi composti binari contenenti 2 elementi i più importanti sono:

  1. N – P contenenti azoto e fosforo
    a) Fosfato monoammonico (per reazione parziale tra ammoniaca e acido fosforico).
    b) Fosfato biammonico 18 – 46 (per reazione totale e graduale tra l’ammoniaca e l’acido fosforico in condizioni controllate). E’ chiamato anche concime starter, utilizzato per la fertilizzazione delle leguminose.
    c) Polifosfato d’ammonio (per reazione tra l’ammoniaca e miscele di fosfati condensati).
  2. N – K contenenti azoto e potassio
    a) Nitrato di potassio (per reazione tra il nitrato di sodio con il cloruro di potassio e successiva separazione dei sali ottenuti).

concimi minerali solidi a lento, sono prodotti rivestiti esternamente da resine, cere e polimeri di vario genere capaci di rilasciare lentamente nel tempo gli elementi nutritivi alle piante.
I più diffusi sono:

  1. Urea formaldeide o Urea Form (UF).
  2. Crotonilindeurea o Crotodur (CDU).
  3. Urea pirolizzata.
  4. Isobutilendiurea (IBDU).
  5. Fosfati doppi d’ammonio e magnesio.
  6. Solfato di gualinurea (GUS).
  7. Fosfato di gualinurea (GUP).
  8. Urea rivestita di zolfo.
  9. Concimi rivestiti da resine polimeriche (osmocote e nutricote).

Il concimi fluidi, sono rappresentati da composti intermedi dell’industria chimica, ottenuti per miscela tra i concimi solidi e le cosiddette soluzioni di base.
A loro volta posso essere:

  1. Liquidi
    a) Liquidi azotati (urea + nitrato d’ammonio).
    b) Soluzioni NP (miscele di acidi fosforici + ammoniaca).
    c) Soluzioni NPK (nitrato d’ammonio + cloruro o solfato di potassio + fosfato di calcio)d) Sospensioni (miscele di concimi azotati, fosfatici e potassici + un minerale stabilizzante).
  2. Gassosi    
    a) Ammoniaca anidra (prodotto gassoso).

Per quanto riguarda l’orticoltura biologica più rispettosa dell’ambiente, i concimi maggiormente impiegati per via radicale, sono quelli organici ossia quei prodotti che vengono trattenuti dal terreno e rilasciati in maniera molto graduale nel corso degli anni.
Fra i prodotti più utilizzati ricordiamo:

  1. Letame (deiezioni bovine solide + paglia).
  2. Liquame (deiezioni bovine liquide).
  3. Stallatico (deiezioni equine solide + paglia).
  4. Pollina (deiezioni avicole).
  5. Guano (deiezioni di volatili ad alto contenuto di fosforo).
  6. Scarti di lavorazione degli animali (farine d’ossa, cuoiattoli, pennoni, sangue secco).
  7. Scarti di lavorazione dell’industria enologica (vinaccia esausta)
  8. Scarti di lavorazione dell’industria olearia (sansa esausta).

L’impiego dei concimi organici in orticoltura, è di importanza notevole per le numerose funzioni che essi svolgono nel terreno tra cui:

  • Funzioni sulle proprietà fisiche del suolo
  1. Miglioramento della struttura del suolo.
  2. Aumento del contenuto di acqua e della permeabilità del suolo.
  3. Riduzione dell’erosione e compattamento del suolo.
  • Funzioni sulle proprietà chimiche del terreno
  1. Arricchimento del terreno di azoto e di altri elementi grazie ai processi di degradazione della sostanza organica.
  2. Maggiore dotazione di microelementi.
  • Funzioni sulle proprietà biologiche del terreno
  1. Stimolo all’attività dei microrganismi del terreno.
  2. Aumento dell’attività enzimatica.
  3. Stimolo alla crescita delle radici.

In alternativa ai concimi organici, possono essere impiegati quelli organo – minerali. Questi sono costituiti sia da una parte minerale che organica. Si tratta quasi sempre di prodotti ottenuti da residui organici di scarto sottoposti a fermentazione e arricchiti di microrganismi ed elementi minerali.
La frazione organica con cui sono composti può essere costituita da:

  1. Cuoio torrefatto.
  2. Pollina essiccata.
  3. Torba umificata.
  4. Borlande (residuo della distillazione dei liquidi alcolici ottenuti per fermentazione).
  5. Paste di legno (derivanti dalla fabbricazione della cellulosa).
  6. Carboni minerali (es. la leonardite).

G.3.2) Concimazione fogliare
Prevede la distribuzione di concimi facilmente solubili in acqua da poter irrorare sulla parte aerea delle piante (foglie e fusti), sfruttando la loro capacità di assorbimento attraverso i vasi conduttori.
I concimi che possono essere distribuiti per via fogliare sono:

  1. Minerali complessi (es. N – P – K).
  2. A base di microelementi EDTA, DPA o EDDHA (es. ferro Fe – chelati).
  3. A base di prodotti organici liquidi (es. liquame o pollina matura).

La concimazione fogliare non deve essere intesa come sostitutiva ma come operazione integrativa a quella tradizionale del terreno da impiegare nei casi di:

  • Emergenza per superare fasi critiche di carenze nutritive.
  • Per ridurre stress causati da avversità meteoriche o parassitarie.

G.3.3) Fertirrigazione
Prevede la distribuzione di concimi solubili e/o liquidi assieme all’acqua d’irrigazione.
Questo tipo di concimazione permette:

  1. La distribuzione graduale degli elementi nutritivi.
  2. Un’alimentazione delle piante calibrata con il loro ritmo di crescita.
  3. Una distribuzione di concimi in quantità minori rispetto alla concimazione tradizionale (mediamente > 2 q/ha per ogni applicazione).
  4. La possibilità di distribuire concimi in concomitanza con altre operazione colturali (es. scarchiatura e rincalzatura).

G.4) Eccesso di concimi
Un apporto troppo elevato e/o squilibrato dei concimi a carico degli ortaggi, determina delle conseguenze negative come:

  1. Costi di produzione elevati.
  2. Saturazione del potere assorbente (es. Capacità di Scambio Cationico CSC).
  3. Alterazione delle caratteristiche fisiche e chimiche del suolo.
  4. Aumento della salinità del terreno.
  5. Accumulo di nitrati NO3-.
  6. Squilibri nutritivi e alterazioni fisiologiche (es. marciume del cuore, ernia delle crucifere, marciume apicale del pomodoro), su piante da foglia, da fiore e da radice, (necrosi del bordo della lattuga).

G.4.1) Salinità del terreno
L’aumento della salinità del terreno è molto frequente nei terreni  delle serre a causa della mancata azione di dilavamento delle acque e nell’orticoltura stabile dove si eccede spesso con l’apporto di concimi minerali.
In queste condizioni è di fondamentale importanza anche la qualità delle acque d’irrigazione, perché se il contenuto di sali supera l’1‰, la salinità del terreno aumenta.
L’apporto invece di sostanza organica, riduce gli effetti negativi della salinità grazie alla capacità d’assorbimento degli ioni alcalini  (es. Na+; K+; Ca2+; Mg2+) svolgendo un’azione di correzione.

G.4.2) Accumulo di nitrati NO3-
Gli ortaggi rappresentano quelle specie erbacee da produzione, caratterizzate dal maggior accumulo di nitrati all’interno delle parti della pianta.
Questi composti possono risultare tossici e dare problemi di salute, quando la dose giornaliera assorbita supera i 237 mg per una persona del peso di circa 65 kg.
Tuttavia pero, l’accumulo di nitrati è molto diverso in base alla specie ortiva che viene presa in considerazione.
Per questo le specie ortive vengono classificate in:

  1. A basso contenuto (specie da frutto) <500 mg (pomodoro, peperone, melanzana, melone, cocomero, cetriolo, asparago, cipolla, fagiolo, pisello e carciofo).
  2. A medio contenuto (specie da radice e/o da fiore) 500 – 1000 mg (patata, carota, zucchina, porro, cavoli).
  3. Ad alto contenuto (specie da foglia) >1000 mg (lattuga, spinacio, bietole, prezzemolo, sedano, indivia, ravanello e finocchio).

All’interno della stessa specie, l’accumulo dei nitrati può variare anche a seconda della varietà (es. alcune varietà di lattuga) e all’interno della stessa varietà anche in base all’organo della pianta secondo tale distribuzione:

foglie > costole > fusto > radici > frutti

L’accumulo dei nitrati varia anche in base alla stagione.
Questo sarà:

  • Elevato
    Nel periodo autunno – invernale a causa della ridotta luminosità.
  • Basso
    Nel periodo primaverile – estivo a causa dell’elevata luminosità.

Per evitare l’accumulo di nitrati e quindi ridurre il rischio di tossicità, è necessario.

  1. Porre dei limiti di sicurezza negli alimenti (es. 2,5 – 3,5 g/kg di prodotto fresco).
  2. Evitare concimazioni azotate prima della raccolta degli ortaggi (almeno 10 – 15 giorni prima).
  3. Non impiegare dosi superiori a 120 – 140 kg/ha di azoto N soprattutto nel periodo autunno – invernale.
  4. Non raccogliere gli ortaggi alle prime ore di luce, ma verso metà giornata o la sera, quando il nitrato NO3 è trasformato in ammoniaca NH3.
    Questo perché la reazione è attivata dalla luce. In questo modo siamo sicuri che il nitrato sia stato trasformato in proteine.
  5. Evitare di porre le foglie raccolte in buste sottovuoto. La mancanza di ossigeno può favorire la trasformazione dei nitrati a nitriti NO2.
  6. Acquistare preferibilmente verdure di stagione e fresche. Gli ortaggi estivi contengono molti meno nitrati degli ortaggi invernali, perché la luce e il caldo favoriscono la loro trasformazione in proteine. La scarsa illuminazione e il freddo la bloccano.
  7. Per quanto riguarda le concimazioni azotate, dare la precedenza a quelle organiche rispetto a quelle minerali.
    Questo perché l’azoto organico tende a degradarsi più lentamente, è poco solubile in acqua e tende a liberare nitrati in quantità minori. In questo modo la quantità di nitrato è subito trasformata, senza essere accumulata.
    Le concimazioni minerali invece essendo di origine salina, costringono le piante ad assorbire grandi quantità di acqua per riequilibrare la concentrazione di sali nelle loro cellule. I nitrati (essendo dei sali molto solubili), sono assorbiti in grandi quantità e subito accumulati nelle foglie.
  8. Tra i concimi minerali preferire quelli ammoniacali rispetto a quelli nitrici. Questo perché non solo i concimi ammoniacali sono trattenuti dal terreno e ceduti alle piante più lentamente, ma anche perché vengono subito trasformati in proteine.
    I concimi nitrici oltre a non essere trattenuti dal terreno, essendo molto solubili possono finire nelle falde e dare problemi d’inquinamento.

H) Fabbisogno idrico degli ortaggi
Il fabbisogno idrico e/o esigenze idriche di una coltura, variano in base a:

  1. Fattori genetici (specie e varietà).
  2. Fattori pedologici (caratteristiche fisiche , chimiche e biologiche del terreno).
  3. Fattori climatici (radiazione solare, temperatura, umidità ecc.).

Questo fabbisogno idrico, varia anche in base allo stadio o ritmo di crescita della coltura, tenendo conto che è:

  • Massimo (durante la fase di fioritura e accrescimento dei frutti).
  • Minimo (nelle fasi iniziali e finali della coltura).

In merito alle esigenze idriche specifiche, gli ortaggi possono essere divisi in:

  1. Ad elevate esigenze idriche (90%) (es. cetriolo, lattuga, fragola, peperone).
  2. A medie esigenze idriche (70 – 80%) (es. pomodoro).
  3. A basse esigenze idriche (60 – 70%) (es. cavolo, aglio e cipolla).

Quando il contenuto di acqua richiesta dalla pianta è insufficiente alle sue disponibilità idriche si verificano delle carenze idriche, le quali si manifestano con:

  • Un appassimento temporaneo della pianta (con arresto della crescita).
  • Un avvizzimento permanente (con disidratazione della parte aerea e successiva morte).

Inoltre le carenze idriche determinano anche:

  • Riduzione della produzione.
  • Peggioramento qualitativo dei frutti.

Anche l’eccesso idrico è dannoso per le piante, perché determina:

  1. Riduzione della produzione.
  2. Incremento delle malattie.
  3. Lussureggiamento delle piante.
  4. Ridotta fruttificazione.
  5. Riduzione del contenuto zuccherino dei frutti.

Infine, sono estremamente dannosi altresì gli squilibri idrici, causati da un’alternanza di bassa e alta umidità del terreno perché provocano:

  • Arresti di crescita.
  • Squilibri fisiologici (es. marciume apicale del pomodoro e bolla del peperone).

Questi squilibri sono particolarmente deleteri nel periodo che va dall’allegagione all’accrescimento dei frutti.

I) Sistemi d’irrigazione
I principali sistemi d’irrigazione utilizzati in orticoltura sono:

  1. Irrigazione per infiltrazione laterale o a solchi.
  2. Irrigazione a pioggia o per aspersione.
  3. Irrigazione localizzata.
    a) A goccia.
    b) A sorso o a spruzzo.
  4. Sistema d’irrigazione con tubi interrati (subirrigazione).

I.1) Irrigazione per infiltrazione laterale o a solchi
Consiste nel distribuire acqua di irrigazione attraverso il suo scorrimento all’interno di canalette di terra nel mezzo del quale sono coltivate le piante.
Il sistema è particolarmente utile, su appezzamenti di piccole superfici
per colture di:

  1. Patata.
  2. Pomodoro.
  3. Peperone.
  4. Zucchina.
  5. Cocomero.
  6. Melone.

I.2) Irrigazione per aspersione o a pioggia
Consiste nel distribuire acqua di irrigazione, sotto forma di minute goccioline a bassa intensità attraverso degli irrigatori che possono essere:

  • Fissi.
  • Mobili.

Il metodo, è particolarmente diffuso per grandi superfici e in particolare per gli ortaggi da foglia (es. radicchi, cicorie, bietole, spinaci ecc.).

I.3) Irrigazione localizzata
Consiste nel distribuire acqua d’irrigazione, facendola fuoriuscire da dei fori e/o gocciolatori, utilizzando delle manichette perforate in PVC, con la tubazione che viene posta nel terreno
In base alla modalità di fuoriuscita dell’acqua, dalla tubazione l’irrigazione localizzata, può essere:

  • A goccia.
  • A sorso o a spruzzo.

Questo sistema d’irrigazione presenta dei notevoli vantaggi quali:

  1. Ridotto consumo di acqua.
  2. Maggiore stabilità del terreno del punto di vista fisico e chimico.
  3. Uniformità di distribuzione dell’acqua.
  4. Mantenimento del livello di umidità del terreno ottimale e costante.
  5. Minori perdite di acqua per evaporazione e percolamento.
  6. Minore diffusione di malattie ed erbe infestanti.

Le specie ortive che traggono particolare beneficio dall’irrigazione localizzata sono:

  1. Pomodoro.
  2. Peperone.
  3. Melanzana.
  4. Zucchina.
  5. Fagiolo.
  6. Cocomero.

Anche le colture pacciamate ricevono beneficio dall’irrigazione localizzata in particolare la fragola e il melone.

I.4) Subirrigazione
Consiste nel distribuire acqua d’irrigazione sotterranea, attraverso l’interramento ad una certa profondità di tubazioni perforate.
Tuttavia in orticoltura questo sistema non ha incontrato molta diffusione a causa di:

  1. Diminuzione della produzione per occlusione della rete irrigua o ristagno dell’acqua in profondità.
  2. Scarsa uniformità di distribuzione.
  3. Costi di installazione e manutenzione elevati.

L) Qualità dell’acqua d’irrigazione
Si definisce qualità dell’acqua d’irrigazione l’insieme dei parametri (fisici, chimici, biologici e microbiologici) capaci di modificare lo stato vegetativo e produttivo delle piante.
I parametri più importanti sono:

  1. Temperatura.
  2. Conducibilità elettrica (micromhos/cm 25°C).
  3. Sali totali (ppm).
  4. Sodio Na+ (% dei sali totali).
  5. Boro B (ppm).
  6. Carbonato di sodio Na2CO3 (in meq residuali).

In base a tali parametri, le acque d’irrigazione vengono classificate come segue:

Qualità dell’acqua Conducibilità elettrica (micromhos/m 25°C) Sali totali (ppm) Sodio Na+ (% dei Sali totali) Boro B (ppm) Carbonato di sodio Na2CO3
(meq residuali)
Molto buona < 250 < 175 < 20 < 0,33 <1,25
Buona 250 – 750 175 – 525 20 – 40 0,33 – 0,67 1,25
Mediocre 750 – 2000 525 – 1400 40 – 60 0,67 – 1,25 1,25 – 2,50
Cattiva > 2000 > 1400 > 60 > 1,25 > 2,50

Tra tutti i parametri elencati quelli che maggiormente influiscono sulla qualità dell’acqua d’irrigazione sono:

  • Salinità.
  • Contenuto di sodio Na+.

Il problema della salinità è particolarmente critico nella pratica irrigua quando si opera:

  1. In ambienti con scarse precipitazioni.
  2. In terreni anomali (salini e alcalini).
  3. In serra.

Quando la salinità delle acque d’irrigazione supera il limite oltre la quale non è possibile eseguire le normali coltivazioni, è necessario:

  1. Distribuire nel terreno sostanza organica.
  2. Impiegare colture tolleranti.
  3. Distribuire concimi solidi e liquidi anche con la fertirrigazione in maniera equilibrata.

Anche la presenza del sodio Na+ nelle acque d’irrigazione è altresì negativa, perché anche se il suo livello non supera i limiti tollerabili dalle colture, risulta tuttavia dannoso perché comporta un alcalinizzazione del terreno.

M) Cure colturali
Vengono definite cure colturali, quelle operazioni agronomiche al terreno che hanno come scopo quello di preparare e/o rendere migliore lo stato di abitabilità e crescita degli ortaggi.
Queste operazioni colturali possono essere eseguite come:

  • Lavorazioni complementari di preparazione del terreno.
  • Lavorazioni di coltivazione.

Le più importanti operazioni agronomiche di preparazione e/o coltivazione sono:

  1. Fresatura.
  2. Estirpatura.
  3. Erpicatura.
  4. Sarchiatura.
  5. Rincalzatura.
  6. Pacciamatura.

M.1) Fresatura
Consiste nel sottoporre il terreno ad un elevato amminutamento, attraverso l’impiego di organi lavoranti dotati di utensili rigidi (zappatrice) o elastici (fresatrice).
La fresatura è un’operazione colturale che sostituisce l’aratura come lavoro principale, ma può essere effettuata anche come lavoro complementare di preparazione del letto di semina.
L’operazione è particolarmente utile in terreni sciolti o di medio impasto.
I vantaggi sono:

  1. Prepara il terreno in un unico passaggio, operando anche su terreni con diversi strati e un tenore variabile d’umidità.
  2. Riduce le zolle del terreno, formando uno strato soffice e rimescolato.
  3. Interra i concimi, in particolare organici.
  4. Sminuzza i residui colturali.
  5. Distrugge le erbe infestanti annuali.
  6. Può essere applicata anche in piccoli appezzamenti e in territori collinari.

Gli svantaggi sono invece:

  1. Induce un’eccessiva polverizzazione delle zolle, con formazione della crosta superficiale nei terreni argillosi.
  2. Peggiora la struttura del suolo soprattutto nei terreni pesanti.
  3. Non può essere applicata nei terreni ricchi di scheletro.
  4. Offre una profondità di lavoro ridotta (15 – 20 cm), non sempre sufficiente per l’interramento di alcuni concimi (es. letame).
  5. Favorisce la diffusione delle infestanti perenni o poliennali, a causa della frammentazione degli organi di riproduzione (es. rizomi).
  6. Presenta dei costi di gestione e operati elevati a causa della notevole usura degli organi lavoranti.

M.2) Estirpatura
E’ una lavorazione, che consiste nel passare sul terreno con una serie di organi lavoranti (estirpatori), muniti di bracci (rigidi o flessibili) che agendo a varie profondità favoriscono l’eliminazione delle erbe infestanti.
L’estirpatura può essere eseguita:

  • Dopo l’aratura (come lavoro complementare).
  • Lontano dall’aratura (come lavoro di coltivazione).

Dopo l’aratura (come lavoro complementare) permette di:

  1. Uniformare il terreno in profondità.
  2. Ridurre le zolle di terreno.
  3. Facilitare gli scambi idrici e gassosi del suolo.

Lontano dall’aratura (come lavoro di coltivazione) permette di:

  1. Ripristinare la sofficità del suolo.
  2. Eliminare le erbe infestanti.

M.3) Erpicatura
E’ un’operazione superficiale di lavorazione del terreno (10 – 15 cm), che si effettua su terreni arati che hanno subito l’azione disgregante del gelo e delle piogge, per sminuzzare le zolle e preparare il letto di semina.
L’erpicatura viene eseguita tramite attrezzature meccaniche chiamate erpici che possono essere:

  1. Erpici a denti rigidi.
  2. Erpici a denti elastici.
  3. Erpici rotanti.
  4. Erpici oscillanti.
  5. Erpici a dischi.
  6. Erpici rotativi.

Come lavoro complementare di preparazione, permette di:

  1. Sminuzzare e frantumare le zolle.
  2. Livellare il terreno.
  3. Interrare i concimi prima della semina.
  4. Eliminare le erbe infestanti su terreno nudo.

Come lavoro di coltivazione, permette invece di:

  1. Rompere la crosta superficiale.
  2. Interrare i semi distribuiti a mano.
  3. Interrare i concimi distribuiti in copertura.
  4. Eliminare le erbe infestanti sulle colture in atto.

M.4) Sarchiatura
E’ un’operazione colturale di coltivazione che consiste nello smuovere il terreno nella porzione libera dalle colture.
La sarchiatura può essere eseguita:

  • Manualmente.
  • Meccanicamente.

La sarchiatura meccanica, si può eseguire solo quando la distanza tra le file delle colture è di circa 45 cm a una profondità di 2- 6 cm, per non danneggiare le radici.
La sarchiatura meccanica, viene eseguita con strumenti formati da un telaio rigido alla quale sono applicati:

  1. Organi lavoranti fissi (es. lame e vomeri).
  2. Organi lavoranti rotanti (es. dischi).
  3. Piccole frese (sarchiatrici rotative).

La sarchiatura permette di:

  1. Distruggere le erbe infestanti (diserbo meccanico).
  2. Rompere la crosta superficiale nei terreni argillosi.
  3. Favorire la circolazione dell’aria nel terreno.
  4. Favorire la penetrazione dell’acqua di pioggia e/o irrigua.
  5. Impedire la perdita d’acqua per capillarità.
  6. Favorire l’interramento dei concimi.

M.5) Rincalzatura
E’ un’operazione colturale di coltivazione fatta su colture in atto che consiste nel portare o addossare la terra alla base delle piante formando dei solchi.
Questa operazione può essere eseguita:

  • Manualmente (con zappe su modeste superfici).
  • Meccanicamente (con macchine assolcatrici).

La rincalzatura permette di:

  1. Proteggere le piante dal freddo e dalle brinate tardive (es. carciofo e patata).
  2. Evitare l’inverdimento delle patate.
  3. Favorire l’imbiancamento degli ortaggi (es. radicchio, finocchio, sedano e cardo).
  4. Eliminare le erbe infestanti.
  5. Migliorare lo sviluppo delle radici favorendo l’emissione di radici avventizie (es. mais e patata).

M.6) Altre operazioni colturali
Tra le altre operazioni colturali da eseguire durante la presenza delle colture in atto, ricordiamo:

  1. Infrascatura.
    Sostegno delle piante con paletti di legno o di plastica (pisello, fagiolo).
  2. Cimatura e scacchiatura.
    Eliminazione delle vegetazione in eccesso a livello apicale e lungo il fusto (pomodoro e peperone, cocomero, melone).
  3. Sfemminellatura .
    Eliminazione dei germogli ascellari in eccesso per favorire la l’accrescimento e la maturazione dei frutti (pomodoro).

N) Raccolta
La raccolta degli ortaggi (in pieno campo o in serra), può essere:

  1. Manuale.
  2. Meccanizzata o agevolata.
  3. Meccanica.

Affinché sia possibile eseguire la raccolta meccanica è necessario che ci siano:

  1. Varietà adatte alla raccolta meccanica.
  2. Tecnica colturale idonea.
  3. Condizioni operative adatte.

Le varietà ortive adatte alla raccolta meccanica devono:

  1. Maturare contemporaneamente.
  2. Avere un’elevata consistenza e durezza della buccia.
  3. Avere un’elevata produttività e qualità.
  4. Essere raccolte in un solo passaggio con basse perdite e danni ridotti.

Sono particolarmente adatte alla raccolta meccanica alcune varietà nane di fagiolo e pisello e la varietà di pomodoro da industria.
Per essere raccolto meccanicamente un ortaggio, è indispensabile anche che la tecnica colturale (concimazione, irrigazione, densità colturale ecc) influisca sulla crescita e maturazione della pianta in maniera tale che la macchina lavori:

  1. Su file semplici.
  2. Su file multiple.
  3. A distanze determinate.
  4. Con masse vegetali contenute.

Infine affinché una macchina lavori nel migliore dei modi è necessario che le condizioni operative siano idonee.
Per questo è importante che:

  1. I terreni siano pianeggianti, ben drenati e sciolti.
  2. Siano agibili alle macchine.
  3. Gli appezzamenti devono essere regolari e di adeguata superficie per eliminare i tempi morti.
  4. L’estensione e la successione delle colture sia adeguata alle capacità lavorative della macchina.
  5. L’impiego di attrezzature complementari (es. cernita, lavaggio e conservazione) siano applicabili assieme alla raccolta.

BIBLIOGRAFIA:
1) AA. VV., 1997. Manuale di agricoltura. Seconda edizione. Ulrico Hoepli editore, Milano.

2) Pardossi A., Tognoni F., Vernieri P., 1989. Il vivaismo orticolo. Dipartimento di biologia delle piante agrarie. Sezione di orticoltura e floricoltura. Università di Pisa. Edizioni l’Informatore Agrario n.50/89.

3) Tesi R., 1994. Principi di orticoltura e ortaggi d’Italia. Edagricole – Edizioni agricole, Bologna.

4) http://www.giardinaggio.net, 2016. Orticoltura biologica. Orto biologico. Archivio foto.

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