L’albicocco

A) Origine e diffusione
Secondo molti studiosi le forme di albicocco attualmente coltivate, prenderebbero origine da tre diverse aree del pianeta che sono:

  1. L’area cinese orientale.
  2. L’area centro – asiatica.
  3. L’area irano – caucasica.

Tuttavia però, la zona principale dove questa pianta poi si è particolarmente diffusa fin dai secoli più antichi, è quella compresa tra l’Asia Centrale e la catena montuosa della Cina e della Russia Asiatica.
Le varietà europee di albicocco che sono coltivate anche in Italia, hanno preso origine dalla zona irano – caucasica. Infatti dal vicino Oriente e in particolare dall’Armenia, l’albicocco si sarebbe poi diffuso in Grecia e in Italia attorno al I secolo A.C. ad opera dei Romani e poi nel Nord Africa ed in Spagna grazie agli Arabi attorno all’VII secolo D.C.
Durante il periodo rinascimentale, l’albicocco si sarebbe poi diffuso in altre regioni d’Europa e poi in tutti gli altri continenti.
I principali paesi produttori di albicocche sono: la Turchia, la Spagna, il Pakistan, la Francia, l’Ungheria, la Grecia, Gli Stati Uniti, l’Iran e l’Italia.
I paesi del Bacino del Mediterraneo da soli concorrono a circa il 60% della produzione mondiale di albicocche.
In Italia la coltivazione è particolarmente diffusa in Emilia-Romagna, in Campania, in Basilicata, in Sicilia, in Piemonte, in Puglia e in Abruzzo.

B) Sistematica e caratteristiche della specie
Ordine:
Rosales

Famiglia: Rosacee

Sottofamiglia: Prunoidee

La specie più importante a cui appartengono la maggior parte della varietà coltivate d’albicocco è il Prunus armeniaca.
Altre specie interessanti sono il:

  1. Prunus di ansu o albicocco di Ansu
    Coltivato nelle zone umide della Cina e del Giappone e molto resistente agli attacchi di monilia (Monilia fructigena e Monilia laxa).
  2. Prunus mume o albicocco giapponese
    Molto resistente alle malattie e impiegato come pianta ornamentale.
  3. Prunus mandshurica o albicocco della Manciuria.
    Molto resistente al freddo.
  4. Prunus sibirica o albicocco siberiano
    Molto resistente al freddo.

L’albicocco, è una pianta longeva, di medio sviluppo, con delle branche che possono avere un portamento da assurgente ad espanso.

C) Caratteristiche botaniche
C.1) Radici e fusto
L’albicocco presenta delle radici a fittone di colore rosso – bruno.
La pianta è caratterizzata da un unico fusto, di forma tozza, con corteccia robusta e scura, rami rossastri.
Nelle piante più vecchie la corteccia è costellata di numerose screpolature, mentre nelle piante giovani è ricca di lenticelle.

C.2) Germogli e foglie
I germogli giovani presentano una tipica colorazione rossastra.
Le foglie invece sono a forma di cuore, con apice acuminato, margine crenato e con un leggero colore rossastro su base verde.

C.3) Gemme
Le gemme possono essere sia a legno che a fiore. Le gemme a fiore sono prive di peli e sono portate sui rami misti in numero da 1 a 5 – 6 per nodo, oppure sui brindilli e sui dardi.

C.4) Fiori
I fiori solitari sono di color bianco – rosato e sono portati su di un breve peduncolo.

C.5) Frutti
I frutti sono delle drupe di forma sferica, ellittica o ovale, con buccia pelosa di colore giallastra o arancione venata di rosso a maturazione, polpa soda di colore variabile dal bianco, al giallo, all’arancio più o meno intenso la quale può essere sia spicca (come avviene nella maggior parte delle varietà), che compatta.
Presentano dei noccioli grossi e legnosi, che contengono il seme che può essere amaro o dolce.

D) Fisiologia e biologia fiorale dell’albicocco
La pianta dell’albicocco avendo una fioritura abbastanza precoce (intorno ai primi di marzo), tende ad essere facilmente danneggiata dalle gelate primaverili, le quali possono colpire principalmente i fiori e ancor peggio i frutticini appena allegati. Ed è proprio a causa dei danni causati dal freddo tardivo, che la specie negli anni può andare incontro ad un’alternanza di produzione che spesso è dovuta non tanto a cause genetiche, ma a cause primariamente ambientali.
La maggior parte della varietà coltivate e diffuse in Italia è autocompatibile, anche se non si escludono casi di autoincompatibilità.
L’impollinazione è entomofila operata dagli insetti, anche se nelle varietà compatibili si ritiene possa avvenire senza la presenza degli insetti a fiore ancora chiuso (cleistogamia).

E) Classificazione delle varietà
Le varietà coltivate di albicocco, vengono principalmente classificate in base al loro areale d’origine in modo da distinguerle in gruppi eco – geografici.
Tra i gruppi più importanti ricordiamo:

  • Gruppo Centro – Asiatico

E’ il gruppo più antico, caratterizzato da un’ampia variabilità genetica delle varietà d’appartenenza.
Le varietà si presentano autosterili, con frutti piccoli, ricchi di zuccheri con seme dolce, resistenti al freddo e a fioritura tardiva.
I frutti sono destinati al consumo fresco o essiccati e maturano tra maggio e settembre.

  • Gruppo Irano – Caucasico

E’ caratterizzato da varietà poco vigorose e longeve che si presentano autosterili, con frutti medio grossi, a polpa chiara, seme dolce e poco resistenti al freddo.
I frutti grossi vengono destinati al consumo fresco, mentre quelli piccoli alla produzione di essiccati.

  • Gruppo Dzungar – Zailiy

A questo gruppo appartengono le varietà più primitive di albicocco, derivanti da selezioni locali del Kazakistan (ex URSS) delle regioni del Sinkiang e della Zungaria della Cina nord – occidentale.
Si tratta di varietà ad alto fabbisogno in freddo, autosterili, con frutti piccoli, spicchi a seme amaro e molto resistenti al freddo.

  • Gruppo Cinese (Nord Cinese e Cinese Orientale)

Si tratta di un gruppo molto complesso, variegato e non ben definito che annovera forme di albicocco intermedie contenenti anche degli ibridi spontanei tra il Prunus armeniaca x Prunus sibirica e altre specie.
A questo gruppo fanno parte varietà a frutto piccoli e molto resistenti al freddo.

  • Gruppo Europeo

E’ il gruppo a cui fanno parte le varietà più recenti soprattutto quelle coltivate nel Bacino del Mediterraneo.
Le varietà di questo gruppo presentano una ridotta variabilità, una fioritura precoce, una ridotta vigoria, un fabbisogno in freddo e una dormienza minore rispetto ai gruppi asiatici.
Le piante sono spesso autofertili, con frutti medio grossi a polpa giallo arancione, aroma caratteristico, con seme amaro, buona resistenza alle malattie fungine ma sensibilità alle gelate tardive.
Al gruppo Europeo fanno parte anche le varietà provenienti dall’America del Nord, dal Sud Africa e dalla Nuova Zelanda.

Altri criteri di classificazione delle varietà di albicocco riguardano:

  • Forma del frutto.
  • Colore della polpa.
  • Epoca di maturazione.
  • Destinazione del prodotto.

F) Germoplasma e varietà locali
Fino ad circa 20 – 30 anni fa, la piattaforma varietale dell’albicocco, era costituita da numerose varietà locali indicate spesso con il nome del comune o del territorio di diffusione, oppure con il soprannome del proprietario che le aveva individuate e propagate.
La maggior parte di queste varietà antiche apparteneva a varietà – popolazione di antica costituzione giunte fino ai giorni nostri grazie alla loro capacità di potersi adattare a piccoli microclimi.
Queste varietà dotate di buon caratteristiche organolettiche, sono risultate inadatte ad essere coltivate ad di fuori del loro areale d’origine.
Per questo a partire dalla fine degli anni 80, il panorama varietale si è andato via via assottigliando a vantaggio di varietà moderne spesso di origine estera maggiormente resistenti alle manipolazioni e ai trasporti.
Oggi però si sta assistendo ad un recupero di queste vecchie varietà di albicocco, grazie proprio alla loro caratteristica di possedere delle buone caratteristiche qualitative e i parte una buona tolleranza alle avversità. Tale recupero però non è così semplice, anche per una serie di problematiche che la specie può incontrare.
Ad esempio, la coltura dell’albicocco in Toscana, non è molto diffusa, nonostante la domanda di albicocche (sia per il consumo fresco, che per gli usi industriali), superi quasi sempre l’offerta.
I motivi che stanno alla base della scarsa diffusione della coltivazione dell’albicocco in Toscana, risiedono in alcune cause non sempre facilmente risolvibili come:

  1. La scarsa adattabilità di alcune varietà d’albicocco alle condizioni pedoclimatiche, che vi sono lungo la regione.
    Questo perché la maggior parte delle varietà sono in generale poco cosmopolite e le aree ottimali per una varietà. molto spesso non superano un raggio di 10 km circa.
  2. I fiori e i frutti dell’albicocco, sono molto sensibili ai danni provocati dalle gelate tardive o primaverili.
  3. I frutti sono molto suscettibili all’attacco della Monilia (parassita fungino).
  4. Il clima della Toscana, specialmente lungo la costa tirrenica, è il meno adatto alla coltivazione dell’albicocco.
    Infatti in queste zone, a mesi invernali con temperature miti, seguono spesso primavere caratterizzate da frequenti gelate tardive (tra i -3 e i -5 °C), capaci di distruggere o ridurre la fruttificazione della pianta.
  5. Le vecchie varietà locali d’albicocco, sono spesso risultate molto inadatte alle richieste del mercato, perché non capaci di sopportare lo stress del trasporto e delle successive manipolazioni.

Nonostante tutte queste difficoltà, eppure l’albicocco è sempre stato presente in Toscana fin dalle epoche più antiche.
Lo scrittore senese Pietro Andrea Mattioli, nel libro intitolato Discorsi sul primo libro di Discoride, distingueva già due tipologie diverse d’albicocco.
Il pittore Bartolomeo Bimbi, tra il 1685 ed il 1696, ritraeva negli orti fiorentini dei Medici del XVI secolo, ben 8 varietà d’albicocco con caratteristiche ben definite.
Infine da un’indagine condotta dal Prof. Franco Scaramuzzi nel 1962, si segnalava la presenza delle varietà antiche di albicocco in molte province toscane.
Attualmente in Toscana, presso il centro sperimentale di Venturina (LI) di proprietà dell’Università di Pisa, si trova una delle più importanti collezioni europee di varietà antiche d’albicocco. La raccolta di queste varietà, sia di origine italiana che straniera, è iniziata nel 1960 dall’Istituto di Coltivazioni Arboree dell’Università di Pisa, per conto del Prof. Franco Scaramuzzi, ed è proseguita negli anni successivi, fino a costituire una collezione che rappresenta il punto di riferimento più importante per la salvaguardia delle varietà antiche di albicocco anche di tutta Italia.
Sia nella Comunità Europea, che in Italia, sono stati approvati già una serie di progetti di ricerca tesi a:

  • Risolvere i problemi biologici e climatici della pianta.
  • Aumentare la resistenza al freddo.
  • Migliorare la biologia fiorale delle piante.
  • Favorire il miglioramento genetico dell’albicocco custodito nelle collezioni del germoplasma.

La maggior parte delle varietà è già stata osservata, valutata, descritta e riconosciuta. Soltanto una ventina di varietà sono ancora in fase di studio.
La ridotta diffusione delle coltivazione dell’albicocco in Toscana, può essere risolta in vari modi:

  1. Cercando di scegliere gli ambienti di coltivazione più adatti per la pianta (da preferire gli ambienti collinari).
  2. Cercando di scegliere i portinnesti e le varietà, di cui sono note le caratteristiche di affidabilità e pregio.
  3. Cercando di costituire delle varietà adatte alla coltivazione negli ambienti collinari.

Inoltre c’è da dire che l’enorme disponibilità delle collezioni di antiche varietà d’albicocco, ci permette anche di andare ha ricercare tutte quelle varietà antiche caratterizzate dalle esigenze che più sono richieste sia per la pianta che per il mercato.
La varietà Pisana, Amabile di Vecchioni e Marietta, che sono molto diffuse in coltivazione oggi, sono un valido esempio della valorizzazione del germoplasma autoctono di albicocco.
Le varietà antiche di albicocco toscane più importanti sono diffuse principalmente attorno alla zona litoranea tra le province di Pisa, Livorno e Grosseto, in quanto in tali ambienti esistono le condizioni pedoclimatiche più idonee alla sopravvivenza della specie.
Tra le varietà più importanti ritroviamo:

1) Amabile di Vecchioni.

2) Antonio Errani.

3) Certosa A5

4) Certosa A8.

5) Tiltonno.

6) Ungherese Gialla.

7) Ungherese Piccola

8) Venturina.

Tuttavia una piccola parte di varietà locali di albicocco la possiamo ritrovare anche attorno all’area fiorentina, coltivate di solito sulle colline laddove ben esposte al sole non soggette al rischio di gelate tardive o primaverili.
Tra le più significative spiccano:

1) Particolare.

2) Precoce di Firenze.

3) Precoce di Toscana.

4) Sant’Ambrogio di Firenze.

5) Tardiva Agostana.

Nelle regioni del Nord Italia come Emilia – Romagna, Lombardia, Liguria e Piemonte, possiamo ritrovare sia varietà locali di origine autoctone, ma anche varietà estere per lo più francesi ormai naturalizzate anche nei nostri ambiente.
Tra le più importanti ricordiamo:

1) Tonda di Costigliole.

2) Reale d’Imola.

3) Valleggia.

4) Veecot.

5) Luizet.

6) Paviot.

Nelle regioni del centro Italia e in particolare in Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo il germoplasma delle varietà locali di albicocco è poco definito ed è costituito da poche varietà tra cui.

1) Albicocche verdi.

2) Albicocco di Collepepe.

3) Albicocco di Monteporzio.

4) Albicocco di Santa Maria a Gradi.

G) Propagazione
L’albicocco può essere propagato per:

  • Via sessuata (seme).
  • Via asessuata o vegetativa (talea, innesto e micropropagazione).

G.1) Propagazione sessuata
La propagazione sessuata attraverso l’uso del seme, viene eseguita allo scopo di ottenere i portinnesti franchi e nel settore del miglioramento genetico per ottenere nuove varietà.
Questo tipo di riproduzione molto adottato in passato nelle aree di coltivazione tradizionale della specie, ha permesso di dar origine ad una serie di varietà locali caratterizzate da un’ampia biodiversità che ancor oggi è riscontrabile in molti ambienti.

G.2) Propagazione asessuata o vegetativa
Tra i metodi di propagazione vegetativa dell’albicocco ricordiamo:

  • Talea.
  • Micropropagazione.
  • Innesto.

La propagazione per talea non ha trovato notevole diffusione, perché la maggior parte delle varietà coltivate presenta il problema dell’emissione delle radici e quindi questo tipo di moltiplicazione è poco usato.
Molto promettente sembrerebbe la micropropagazione anche se le piante ottenute con questo metodo presentano un lungo periodo non produttivo.
Il sistema più largamente adottato per la moltiplicazione delle varietà di albicocco è rappresentato dall’innesto.
Siccome però i portinnesti che vengono impiegati appartengono spesso a specie diverse dall’albicocco, in questa specie si può manifestare in fenomeno della disaffinità d’innesto. Nell’albicocco esistono tre tipologie diverse di disaffinità che sono la:

  • Disaffinità con discontinuità dei tessuti al punto d’innesto.
  • Disaffinità senza discontinuità ma dovuta a problema di movimento della linfa.
  • Disaffinità indotta da virus.

La disaffinità con discontinuità dei tessuti al punto d’innesto è sicuramente la più diffusa nell’albicocco e le piante che ne vengono colpite tendono a crescere vigorosamente per alcuni anni senza presentare sintomi di sofferenza, poi ad un tratto spesso a seguito di un evento avverso, i due individui si staccano al punto d’innesto come se il loro legame non fosse mai avvenuto.
Questo tipo di disaffinità si verifica quanto l’albicocco viene innestato su specie diverse (es. mandorlo, pesco, susino mirabolano, susino comune ecc.), anche se esistono diversità di comportamento tra le varietà.
La disaffinità senza discontinuità ma dovuta a problema di movimento della linfa, si verifica quando si vengono a creare delle condizioni colturali che favoriscono il distacco dei due individui come il punto d’innesto troppo basso, il rapido accrescimento delle giovani piante sotto la spinta della fertilità del terreno e dell’apporto idrico e il manifestarsi di eventi meteorici avversi.
La disaffinità indotta da virus, si verifica quando si utilizza materiale di propagazione non certificato e infetto da malattie di origine virale.
Per i motivi su esposti, quando si va a propagare l’albicocco attraverso l’innesto è necessario prendere in considerazione sia i casi di disaffinità citati, che l’eventuale trasmissione di malattie che si può verificare con questo tipo di moltiplicazione. Per questo è necessario operare la scelta verso l’uso di un materiale di propagazione virus esente, perché in questa specie più che in molte altre l’uso di materiale infetto e non controllato può compromettere sia la produzione che la longevità delle piante.

G.3) Portinnesti
I portinnesti che possono essere utilizzati per la propagazione dell’albicocco sono molti, consentendo di coltivare questa pianta in varie tipologie di terreno in modo da conferire all’individuo diversi gradi di vigoria e resistenza alle principali malattie. La scelta quindi dei portinnesti non è solo legata al tipo di terreno dove verrà impiantato l’albicocco, ma anche le caratteristiche che si vuole indurre alla varietà tra cui la longevità e il grado di affinità tra portinnesto e marza.

Franco da seme
E’ il portinnesto maggiormente impiegato nella coltivazione amatoriale. E’ caratterizzato da una buona affinità d’innesto e da una buona adattabilità ad ogni tipo di terreno soprattutto quelli siccitosi e calcarei, oltre a dare una buona produzione di frutta.
Questo portinnesto presenta anche una scarsa attitudine pollonifera, conferisce una buona vigoria e una notevole longevità alle piante.
Tuttavia le piante innestate sul franco presentano una più lenta entrata in produzione, una notevole suscettibilità al ristagno idrico e ai nematodi del terreno.

Mirabolano da seme
Questo portinnesto ha una scarsa attitudine pollonifera, una buona vigoria e una buona adattabilità ai terreni calcarei e rispetto al franco da seme di albicocco, è  più tollerante al ristagno idrico del suolo, induce una più precoce entrata in produzione della pianta garantendo nel contempo una produzione più omogenea.

Manicot GF 1236
Si tratta di un portinnesto franco da seme di albicocco migliorato che ha la caratteristica di essere vigoroso, presenta una buona affinità d’innesto con le maggior parte delle varietà coltivate, conferisce una rapida messa a frutto delle piante garantendo al tempo stesso una buona produttività e uniformità. È però sensibile al ristagno idrico del terreno.

Mirabolano 29 C
E’ un portinnesto clonale ottenuto per talea o per micropropagazione ed è caratterizzato da una buona vigoria, una scarsa attitudine pollonifera, presenta una buona resistenza al ristagno idrico, una buona affinità d’innesto e una precoce entrata in produzione delle piante.

MRS 2/5
E’ un portinnesto clonale di mirabolano propagato per talea o micropropagazione, presenta una scarsa attitudine pollonifera, è mediamente vigoroso, ha una media resistenza al ristagno idrico ed è indicato per i terreni più fertili. Non è indicato però per terreni siccitosi e calcarei.

H) Esigenze pedoclimatiche
L’albicocco risulta essere molto resistente ai freddi invernali. In pieno inverno è capace di sopportare anche temperature di -30 °C senza riportare danni sia alle gemme che ai rami. Tuttavia è molto suscettibile come abbiamo già detto alle gelate primaverili e anche alle piogge persistenti durante la fioritura. Durante la fioritura e la fase di post – allegagione bastano anche temperature di poco inferiori allo 0 °C per provocare danni a carico degli organi riproduttivi.
Inoltre l’eccesso di umidità nell’aria può favorire lo sviluppo di malattie fungine, mentre l’eccessiva umidità del terreno può esporre le piante all’asfissia radicale. Per questo motivo le zone più adatte alla coltivazione di questa specie sono quelle collinari, mentre sono da evitare le zone di fondovalle caratterizzate da un’elevata umidità, soggette a gelate e ai ristagni idrici.
L’albicocco si può coltivare in ogni tipo di terreno anche se predilige quelli di medio impasto, sciolti, profondi e con un pH compreso tra 6,5 e 7. Vanno evitati i terreni argillosi, umidi e compatti.

I) Forme d’allevamento
Le forme di allevamento più utilizzate per l’albicocco sono:

  • Vaso comune.
  • Palmetta.
  • Forme libere

I.1) Vaso comune
Il vaso comune è una forma d’allevamento che è molto impiegata nella coltivazione familiare dell’albicocco, ed è anche quella più frequentemente usata soprattutto in terreni collinari, con piante di una buona vigoria e fertilità.
Il vaso comune può essere a 3 branche, oppure con la variante semilibera a 4 – 5 branche la quale però genera una struttura più irregolare e una chioma più folta della pianta.
Il sesto d’impianto è di 6 x 6 m.

I.2) Palmetta
La palmetta invece che può essere sia libera che a branche oblique, va bene per piante meno vigorose e consente una più precoce entrata in produzione della pianta.
Il sesto d’impianto è di 4,5 x 5,5 m tra le file e di 5 x 5,5 m sulla fila.

I.3) Forme libere
Tra le forme libere ricordiamo il fusetto a 4-5 branche ravvicinate e corte e il vaso ritardato le quali permettono una più precoce entrata in produzione della pianta grazie all’impiego dei rami anticipati.
Le forme libere sono quelle che assecondano meglio il modo naturale di sviluppo della pianta.

L) Potatura
La potatura di produzione nell’albicocco deve essere impostata tenendo conto che in questa specie a seguito dei vari interventi cesori si verifica uno sviluppo irregolare dei germogli e dei rami, pertanto è molto frequente che i germogli che vengano scelti per la formazione delle branche fruttifere arrestino improvvisamente il loro sviluppo, mentre i germogli nati più in basso acquistino in breve tempo molto vigore.
Come regola generale per la potatura della pianta bisogna tener conto inoltre che mentre nelle giovani piante la produzione è portata sui rami misti e i rami anticipati, nelle piante più adulte la produzione si sposta verso i dardi e i brindilli. Ogni anno è necessario rinnovare il 25-35% della vegetazione tenendo conto anche del modo di accrescimento della varietà che a sua volta è condizionato dall’ambiente climatico.
In ogni caso la potatura dell’albicocco deve essere relativamente ridotta, in relazione al modo di fruttificare della pianta e allo sviluppo delle singole varietà. Inoltre durante l’esecuzione della potatura, è necessario non eseguire tagli troppo grossi, in quanto le ferite difficilmente rimarginabili, potrebbero esporre la pianta all’attacco dei cancri del legno.
Con la potatura è importante conservare la forma d’allevamento della pianta eliminando i polloni, i succhioni e asportando parte dei rami a frutto, in modo da favorire la penetrazione dell’aria e della luce all’interno della chioma.
Il diradamento dei frutti è una pratica che consente di ottenere frutti di ottima pezzatura e al tempo stesso di evitare l’alternanza di produzione nell’albicocco, soprattutto in annate caratterizzate da un eccessiva carica di frutti. Si esegue di solito manualmente circa 20 giorni dopo la piena fioritura.

M) Irrigazione
L’irrigazione è fondamentale, nella fase d’ingrossamento dei frutti, fino al periodo che precede la loro maturazione, per aumentarne la dimensione e la loro qualità.
Gli interventi irrigui eseguiti dopo la raccolta favoriscono, la regolare formazione delle gemme a fiore e riducono la tendenza all’alternanza di produzione. E’ indispensabile che sia la pianta che il frutto non soffrano troppo la siccità soprattutto nella fase di massima crescita.
L’acqua che viene distribuita in prossimità della maturazione del frutto diminuisce le sue qualità organolettiche e produttive, mentre un apporto irregolare può provocare spaccature della buccia del frutto con conseguente caduta anticipata.
Il fabbisogno idrico dell’albicocco nel periodo che va da maggio a settembre oscilla intorno ai 2000 m³/ha.

N) Concimazione
Per quanto riguarda la concimazione, ricordiamo che questa specie ha bisogno di quantitativi molto elevati di azoto N e di potassio K rispetto a quelli richiesti di altre drupacee affini. Inoltre si mostra particolarmente esigente in fatto di calcio Ca e di microelementi come il boro B.
Con le operazioni di scasso del terreno è consigliabile prima dell’impianto distribuire gli elementi nutritivi che risultano essere poco mobili nel terreno (fosforo P, potassio K, calcio Ca e magnesio Mg), in modo da costituire delle riserve a cui le radici delle piante possono attingere negli anni successivi. Nei terreni poveri di sostanza organica si può eseguire al momento dello scasso un’accurata concimazione a base di letame. Laddove non sia possibile ripetere a cadenza biennale o triennale la distribuzione del letame, sarà opportuno ricorrere in alternativa alla pratica del sovescio con leguminose allo scopo di non impoverire il terreno di sostanza organica.
In fase di allevamento alle giovani piante, la somministrazione di concimi riguarderà quelli azotati in quantità crescenti nei vari anni e variabili secondo le disponibilità idriche del terreno.
In fase infine di piena produzione l’apporto nutritivo di azoto N, fosforo P e potassio dovrà essere misurato tenendo conto delle asportazioni nutritive annuali della pianta a carico del terreno.

O) Cure colturali
Tra le tecniche colturali di conduzione del suolo ricordiamo:

  • Lavorazioni.
  • Inerbimento.

O.1) Lavorazioni
Le lavorazioni sono delle pratiche agronomiche molto diffuse per la coltura dell’albicocco, visto che esso viene coltivato prevalentemente in zone collinari e in terreni non irrigui. Le lavorazioni in questo caso hanno come scopo quello di conservare le risorse idriche del terreno e di contenere lo sviluppo della flora spontanea.
Le lavorazioni fatte in autunno prima del periodo piovoso oltre a conservare le risorse idriche, sono anche utili per l’interramento dei concimi.
Le lavorazioni invece fatte in primavera e in estate specie quelle non troppo profonde evitano perdite eccessive di acqua nel terreno sia per rottura della crosta superficiale che per la riduzione della competizione da parte della flora spontanea.
L’inconveniente maggiore delle lavorazioni eseguite in collina, è quella di favorire i fenomeni di erosione del suolo.

O.2) Inerbimento
L’inerbimento del terreno per la coltivazione dell’albicocco è una pratica colturale poco adottata proprio a causa della competizione idrica e nutrizionale che le specie erbacee effettuano a carico dell’apparato radicale della pianta. Inoltre l’inerbimento aumenta i danni provocati dalle gelate tardive e può favorire lo sviluppo di insetti vettori di malattie virali.

P) Raccolta
La raccolta dei frutti si effettua manualmente, quando hanno raggiunto la maturazione di consumo e quando il colore di fondo della buccia del frutto passa dal verde al giallo – aranciato.
Per le albicocche da consumo fresco la maturazione dei frutti è scalare e di solito si compie in un arco di tempo molto ristretto tra il mese di giugno e quello di luglio.

Q) Contenuto nutrizionale
Nelle albicocche il contenuto di carboidrati (glucosio e fruttosio) è molto variabile con una media del 6,5%.
L’acido organico più abbondante è l’acido citrico. Le proteine ammontano intorno all’1%, con un discreto contenuto di amminoacidi liberi.
Il frutto è ricco di minerali (magnesio Mg, fosforo P e ferro Fe) soprattutto di potassio K (ne sono particolarmente ricche le albicocche secche), e di vitamine in particolar modo la vitamina C, la vitamina A, la vitamina PP e le vitamine del gruppo B.
L’aroma del frutto è dovuto principalmente ad una risposta integrata di diversi composti fenolici presenti in determinate concentrazioni.
Nel nocciolo del frutto è presente l’amigdalina la quale non è altro che un glucoside cianogenetico. Essa è presente in percentuali variabili da 0,01 a 0,18%.

R) Utilizzazione e proprietà
I frutti vengono per lo più destinati al consumo fresco, mentre soltanto una piccola parte vengono avviati alla trasformazione industriale per l’ottenimento di succhi di frutta e marmellate. Inoltre l’olio contenuto all’interno del nocciolo (40 – 45%) è utilizzato in diverse preparazioni farmaceutiche e nella cosmesi.
Le albicocche posseggono proprietà lassative, ricostituenti e antiossidanti. Infine l’amigdalina contenuta nel seme è utilizzata come droga per il trattamento anticancerogeno e antitumorale.

BIBLIOGRAFIA:
1) AA.VV., 1991. Frutticoltura speciale. Reda, Roma.

2) AA.VV., 1997. Manuale di agricoltura. Seconda edizione. Ulrico Hoepli editore, Milano.

3) Bellini E., 2002. “Arboricoltura speciale”. Dipartimento di ortoflorofrutticoltura. Facoltà d’Agraria. Università degli studi di Firenze.

4) Guerriero R., Bartolini S., 1999. Il germoplasma della Toscana: l’albicocco. Atti del convegno Firenze, 19 novembre 1999, ARSIA – Regione Toscana, Firenze.

5) Giordani E., 2003. Frutticoltura. Dipartimento di ortoflorofrutticoltura. Facoltà d’Agraria. Università degli studi di Firenze.

6) Regione Toscana, 2001. Foto albicocca Reale d’Imola. Archivio foto.

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