Come salvare una varietà antica

A) Generalità
Vengono definite varietà antiche, tutte quelle varietà vegetali (erbacee e arboree), che venivano coltivate almeno 30 – 40 anni fa, prima della diffusione sistematica delle tecniche moderne di miglioramento genetico (incrocio, ibridazione, selezione ecc.) necessarie per l’ottenimento di varietà moderne e commerciali.
Il recupero di una varietà antica oggi è molto importante, per preservare quella che viene definita con il termine di biodiversità o variabilità genetica, considerata quella condizione importante e necessaria per i vari ecosistemi vegetali, al fine di mantenere un equilibrio con i vari esseri viventi che popolano questa Terra.
Per quanto riguarda le specie vegetali erbacee (sia da pieno campo che orticole), ciò che viene conservato è principalmente il seme visto che la maggior parte di esse si riproduce sessualmente attraverso i semi. Tuttavia recuperare un seme e riprodurre una specie vegetale erbacea non è molto semplice, a causa dei problemi d’ibridazione con altre varietà i quali possono determinare un inquinamento varietale e la perdita della varietà specifica. Per questo motivo per le erbacee da pieno campo e per gli ortaggi, vengono impiegate delle tecniche di riproduzione che prevedono l’isolamento della varietà o la sua riproduzione in purezza al fine di mantenere l’identità varietale.
Per quanto riguarda le specie arboree da frutto, ciò che viene conservato è rappresentato dalla pianta in vivo questo perché la maggior parte di esse si riproduce asessualmente attraverso innesto, talea, propaggine e margotta. Di conseguenza anche il salvataggio e il recupero è molto più semplice, tenendo conto che la maggior parte delle specie da frutto antiche un tempo erano molto diffuse nei poderi e nella campagne, le quali oltre ad essere utilizzate per il frutto, venivano impiegate anche come fonte di ombreggiamento dalla calura estiva, oppure come delimitazioni di confini di proprietà.
La maggior parte di queste varietà da frutto antiche, oggi le ritroviamo isolate nei vari appezzamenti abbandonati, come piante molto vecchie (da 80 anni e oltre) in fase di esaurimento. Su queste piante è possibile effettuare una serie di potature di ringiovanimento, al fine di favorire l’emissione di rami giovani e vigorosi da cui poi verranno prelevate le marze per l’innesto in modo da poterle salvare dall’estinzione.
Il salvataggio e quindi il successivo recupero di una varietà antica, si svolge in più fasi correlate tra di loro qui di seguito elencate.

1) Segnalazione
E’ la fase più importante attraverso la quale, sia le istituzioni pubbliche che qualsiasi cittadino privato, mettendosi in contatto con enti di ricerca (Università, CNR ecc.) varietale o semplicemente con i vivai specializzati, segnala la presenza sul proprio territorio di una varietà antica presumibilmente interessante da recuperare.

2) Interviste locali
Attraverso interviste ai cittadini, agricoltori e anziani del luogo è possibile risalire anche se in maniera molto generica all’identificazione orale della varietà, in modo da capirne le sue caratteristiche e il loro legame con la tradizione agricola.

3) Analisi storica e bibliografica
Leggendo dei testi specifici del settore agricolo è possibile determinare l’utilizzo e la coltivazione di queste varietà antiche nel corso della storia. In questo ambito ci possono aiutare anche le interpretazioni pittoriche della frutta antica come ad esempio le immagini di Bartolomeo Bimbi del Rinascimento.

4) Caratterizzazione morfologica e genetica della varietà
Prelevando alcune parti della pianta (fiori, foglie, frutti, e semi) oggetto di studio, si cerca di descrivere visivamente le caratteristiche morfologiche delle principali parti della pianta al fine di all’identificazione della varietà. Le varie istituzioni scientifiche o le Agenzie delle varie Regioni, che ad oggi possiedono una legge di tutela e salvaguardia delle varietà antiche, hanno messo a disposizione delle schede descrittive semplificate nella quale sono riportati i principali caratteri della pianta e dei suoi organi al fine di rendere più agevole la descrizione della varietà.

5) Conservazione della varietà
Una volta accertata l’identità varietale della pianta, si passa alla sua conservazione. Per le specie erbacee, i semi opportunamente raccolti, lavati e ripuliti, vengono fatti asciugare e una volta essiccati vengono posti in dei sacchetti di plastica a tenuta stagna e dopodiché messi sottovuoto e in celle frigo ad una temperatura di 4 °C per favorirne la conservazione nel tempo.
Per le piante arboree da frutto, invece si cerca di conservare le piante in opportuni campi di collezione varietale all’aperto che possono far parte sia di istituzioni di ricerca private o di vivai specializzati. Le piante conservate in vivo, vengono fatte crescere in completa armonia con l’ambiente e il territorio.

6) Ridiffusione nel territorio
Le varietà antiche conservate nella strutture specializzate (soprattutto vivai), possono mettere a disposizione per le persone interessate le proprie piante, al fine di garantire una loro reintroduzione nel territorio e di conseguenza permetterne un incremento numerico per poterle salvare dall’estinzione.

B) La memoria storica della varietà antiche
Nel corso della ricerca e del successivo studio di una varietà antica, diviene molto importante una volta individuata la pianta, analizzarne non solo le sue caratteristiche morfologiche, ma anche il suo legame con la storia e le tradizioni antiche. Tutto ciò costituisce quella che si chiama la memoria del frutto.
I mezzi che vengono messi a disposizione per il ricercatore per poter analizzare la storia della varietà antica sono vari e più interessanti sono:

1) Lettura di testi antichi.

2) Analisi delle rappresentazioni pittoriche.

3) Interviste agli agricoltori e anziani.

4) Legame della varietà con il territorio e le tradizioni locali.

Per quanto riguarda la lettura dei testi antichi, come metodo d’indagine delle varietà c’è da dire che nel corso della storia a partire dall’epoca Romana, fino ai giorni nostri molti sono stati i poeti e gli scrittori che hanno narrato le caratteristiche di questi frutti nei loro lavori.
Nell’epoca Romana ricordiamo lo scrittore Columella, oppure Virgilio nella raccolta di testi intitolata le georgiche. Questi due scrittori hanno investito una buona parte della loro vita nella narrazione anche di testi riguardanti il settore agricolo, soprattutto della frutta.
In epoca più recente durante il Rinascimento un altro scrittore alla corte dei Medici che ha narrato le gesta dei frutti antichi è stato il botanico Pier Luigi Michieli. Molte piante da frutto tra cui peri, meli, peschi, ciliegi, albicocchi ecc. sono stati riportati nei testi di questo botanico e scrittore fiorentino sotto l’opera della famiglia dei Medici, conosciuta per la loro passione nel campo frutticolo.
Tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800 il pomologo Gallesio ha raccolto la descrizione non solo storica, ma anche morfologica della maggior parte dei frutti antichi italiani in un’opera intitolata la Pomona italiana. Questa è l’opera più recente, che divisa in vari volumi, è arrivata fino ai giorni nostri e rappresenta una importante fonte d’informazione varietale per colui che studia i frutti antichi.
Per quanto riguarda invece l’analisi delle rappresentazioni pittoriche come fonte d’identificazione dei frutti antichi, uno dei maggiori e importanti pittori dell’epoca rinascimentale sempre sotto la corte dei Medici, che ha rappresentato nei suoi dipinti i vari frutti antichi è stato il pittore Bartolomeo Bimbi detto il Bimbo. Alcuni dei suoi quadri esposti all’interno delle ville medicee soprattutto quella di Poggio a Caiano (PO), rappresentano sotto forma di natura morta, in tele a pittura d’olio, le più importanti varietà di albicocco, pesco, ciliegio e melo antiche ritrovate in Toscana e nel Centro Italia.
Altro importantissimo strumento d’indagine per l’identificazione dei frutti è rappresentato dalle interviste orali di agricoltori e anziani dei vari territori italiani.
La maggior parte delle persone oggi anziane, almeno fino agli anni 50 e 60 erano persone che lavoravano la terra e quindi contadine ed è per questo che nel corso della loro vita con il lavoro dei campi e attraverso le generazioni, hanno incamerato in se tutta una serie di importanti elementi riguardanti la coltivazione e l’utilizzo delle varietà antiche. Per cui essi sono a conoscenza, anche seppur in maniera pratica per esempio del territorio dove un determinato frutto lo possiamo trovare, del suo utilizzo in cucina, delle tecniche di coltivazione ecc. Per cui un’indagine orale presso queste persone, risulta molto importante al fine di arrivare alla conoscenza di un frutto antico.
Infine l’ultimo strumento è dato dal legame della varietà con il territorio e le tradizioni locali. In questo caso si cerca di ricostruire per esempio come una determinata varietà antica è legata all’ambiente soprattutto per quanto riguarda il suo utilizzo gastronomico attraverso feste o sagre paesane.
Molte sono le iniziative che ad oggi, vengono fortunatamente organizzate in Italia, per la rievocazione storica dei frutti antichi attraverso sagre paesane. Lo scopo principale in questo caso è far conoscere quale era l’utilizzo dei frutti nell’antichità, secondo la tradizione dei vari luoghi e quindi i sapori e profumi di quella determinata terra. Esempi tipici sono rappresentati dalla sagra della Pera Cocomerina a Verghereto (FC) in Romagna, la sagra delle Ciliegie di Lari a Lari (PI), attorno alla colline pisane, la sagra della Pera Pericina a Giffoni Sei Casali (SA) nel salernitano e molte altre.

C) Caratterizzazione morfologica delle varietà antiche
La caratterizzazione morfologica delle varietà antiche è il sistema più semplice, ma indispensabile per poter identificare una varietà antica precedentemente individuata.
Consiste prevalentemente nell’andare a descrivere la pianta attraverso l’analisi visiva e quindi fenotipica o esteriore dei suoi organi (foglie, fiori, frutti, semi) prelevati dalla varietà oggetto di studio. Attraverso questo tipo d’intervento, si riesce seppur in maniera grossolana a poter identificare una determinata varietà semplicemente analizzando e descrivendo le caratteristiche esteriori di una pianta.
Per poter eseguire correttamente l’analisi morfologica, nelle regioni italiane dove vige una legge regionale per la tutela e salvaguardia delle varietà antiche, sono state messe a disposizione delle schede descrittive semplificate in cui vengono riportati i principali caratteri della pianta e dei suoi organi. Attraverso la compilazione di queste schede si riesce a descrivere quali siano le principali caratteristiche della pianta. Ovviamente per la descrizione morfologica di una varietà è necessario prelevare il materiale vegetale in più volte nel corso della stagione, in modo da avere una descrizione chiara ed esaustiva. Normalmente per le varietà da frutto il prelievo del materiale viene effettuato almeno tre volte nel corso dell’anno: alla fioritura, all’allegagione e alla maturazione dei frutti.
I caratteri morfologici che vengono presi in considerazione, variano tra specie e specie, però quelli comunemente più utilizzati sono:

1) Pianta

a) Vigoria.

b) Portamento.

c) Produttività.

d) Fruttificazione.

2) Fiore

a) Data di fioritura.

b) Entità di fioritura.

c) Tipo di fiore.

d) Colore del fiore.

3) Foglia

a) Forma della foglia.

b) Dimensione della foglia.

c) Colore della foglia.

4) Frutto

a) Dimensione del frutto.

b) Forma del frutto.

c) Simmetria del frutto.

d) Colore dell’epidermide.

e) Sovraccolore dell’epidermide.

f) Colore della polpa.

g) Consistenza della polpa.

h) Tessitura della polpa.

i) Sapore della polpa.

l) Aroma o profumo.

m) Succosità della polpa.

n) Resistenza alle manipolazioni.

o) Data di raccolta.

p) Numero di raccolte.

5) Seme

a) Dimensione del seme.

b) Forma del seme.

c) Colore del seme.

I dati morfologici una volta rilevati e descritti, vengono successivamente analizzati attraverso l’utilizzo di programmi statistici che eseguono dei test sulle similarità tra le varie accessioni di quella varietà e tra varietà diverse, ovviamente utilizzando analisi che prendono in considerazione o un solo carattere della pianta (analisi univariata), oppure analisi che prendono in considerazione più caratteri della pianta (analisi multivariata). In questo modo è possibile descrivere anche la variabilità genetica esistente sia all’interno della stessa varietà che tra varietà diverse.
I dati rilevati vengono poi inseriti in dei diagrammi chiamati dendrogrammi delle similitudini attraverso i quali le varietà poste su grafici, è possibile studiarne le loro distanze e quindi il loro livello di similarità. Più la distanza è maggiore e meno le varietà si assomigliano e quindi sono diverse. L’uso di questi strumenti ci permette di definire ed identificare una determinata varietà antica.

D) Caratterizzazione genetica delle varietà antiche
Purtroppo non sempre la caratterizzazione morfologica è un metodo valido per poter distinguere le varietà antiche in base alle caratteristiche dei loro organi. Questo problema è molto sentito quando ci troviamo di fronte a varietà dette popolazione ossia varietà all’interno dei quali si distinguono vari ecotipi che in realtà sono varietà distinte (Questo avviene tipicamente nel caso dell’olivo, del castagno, del ciliegio e del pesco). Oppure in tutte quei casi di omonimie (ossia varietà con lo stesso nome ma diverse geneticamente) e sinonimie (ossia varietà con nomi diverse ma geneticamente uguali).
In questi casi alla caratterizzazione morfologica, si affianca la caratterizzazione genetica il cui scopo è quello di identificare le varietà antiche attraverso l’analisi di un frammento di DNA che non è altro che il suo codice genetico.
Per far questo vengono utilizzati dei marcatori molecolari basati sulle differenze di sequenza del DNA e chiamati appunto marcatori molecolari a DNA. Tra i marcatori molecolari, quelli più utilizzati in termini di tempo e costo per la riproducibilità dei dati, sono i marcatori chiamati microsatelliti  i quali ci permettono di identificare una determinata varietà, semplicemente analizzando le sequenze ripetute delle basi azotate del DNA.
Queste sequenze ripetute (chiamate appunto microsatelliti), sono molte diffuse all’interno degli organismi vegetali e rappresentano la principale fonte di variabilità genetica o biodiversità di una determinata specie. Per questo la biodiversità che esiste all’interno di una determinata specie può influire sul cambiamento delle sequenze ripetute di quella varietà. Queste sequenze ripetute una volta identificate, vengono poi amplificate e duplicate tramite l’utilizzo di un enzima chiamato PCR (reazione a catena della polimerasi). Siccome poi il metodo è anche ripetibile è possibile con questo tecnica analizzare in sequenza tutti i frammenti del DNA e in questo modo arrivare ad una caratterizzazione e identificazione inequivocabile della varietà oggetto di studio.
Il metodo dei marcatori molecolari risulta pertanto altamente efficiente per l’identificazione varietale, perché abbina l’elevato livello di discriminazione dei microsatelliti con la semplicità e la rapidità di amplificazione del DNA.

E) Conservazione delle piante da frutto
Le varietà da frutto antiche, una volta identificate attraverso il metodo morfologico o pomologico ed eventualmente anche con quello genetico, vengono conservate in opportuni campi di collezione o campi catalogo, all’interno dei quali verranno mantenute al fine di favorirne la crescita e la produzione.
Se la conservazione avviene presso opportune banche del germoplasma, allora la conservazione della varietà frutticola sarà statica, ossia si cercherà di mantenere o addirittura impedire l’evoluzione della specie a contatto con l’ambiente. Se viceversa la conservazione viene affidata ai coltivatori  o agricoltori custodi, allora la conservazione sarà invece dinamica e in questo caso si cercherà di favorire l’evoluzione della specie in totale armonia con l’ambiente che le circonda.
La conservazione di una varietà da frutto antica presso opportuni campi catalogo, tuttavia richiede una serie di interventi agronomici non indifferenti.
Per prima cosa molto importante, è necessario che il materiale che viene propagato e poi conservato presenti dei determinati requisiti varietali e sanitari e soprattutto sia esente da malattie. Le piante ogni anno dovranno essere potate, al fine di stimolare il loro rinnovo vegetativo e mantenerle giovani. Ovviamente gli interventi della potatura di produzione debbono essere calibrati in base al tipo di pianta e al suo modo di fruttificare. Si dovranno (dove c’è la richiesta), eseguire anche degli opportuni innesti (o a gemma o a marza), per sostituire o rimpiazzare le eventuali piante morte e indebolite. Dalle piante madri delle varietà in collezione, si dovranno prelevare le marze per eseguire nuovi innesti al fine di propagare la specie e aumentarne il numero. Se si tratta di piante giovani allevate a filare, è necessario rimuovere le erbe infestanti mediante scerbatura e sarchiatura in modo che esse non possano disturbare la normale crescita degli alberi. Le lavorazioni del terreno sono consigliate nei primi anni d’allevamento, dopodiché si può tranquillamente procedere all’inerbimento dell’interfila. L’irrigazione è necessaria soltanto in caso di carenza idrica prolungata e quindi deve avere una logica di soccorso. Per quanto riguarda infine la concimazione, si consiglia l’apporto periodico (a cadenza biennale), di concimi organici a base di letame, al fine di migliorare non solo il livello nutrizionale del terreno, ma anche la sua fertilità fisica, chimica e biologica.
Tutti questi interventi, sono necessari e indispensabili al fine di conservare correttamente una varietà da frutto antica in modo da permetterne una sua successiva valorizzazione e reintroduzione nel territorio.

F) Conservazione delle piante erbacee
Rispetto alle specie da frutto, le piante erbacee e gli ortaggi (escluso la patata, l’aglio e lo zafferano), presentano un sistema di conservazione varietale molto più difficoltoso e oneroso. Questo perché in queste specie vegetali, ciò che viene conservato è principalmente il seme in quanto trattasi di piante a ciclo annuale o al massimo biennale, per cui la pianta cresce, si sviluppa e muore nel giro di 1 o 2 anni.
Invece le specie arboree da frutto presentano un sistema di conservazione molto più semplice, perché essendo a ciclo poliennale hanno una durata della vita più lunga e in questo caso è la pianta intera ad essere oggetto di conservazione. Inoltre c’è da dire un’altra cosa: riprodurre un seme è molto più difficoltoso che riprodurre una pianta intera, perché è necessario adottare degli opportuni isolamenti al fine di evitare l’ibridazione della specie e la perdita della purezza varietale. In più il sistema di riproduzione da seme, deve avvenire seguendo degli specifici protocolli al fine di evitare che esso deperisca o muoia in modo da permettere un’accurata conservazione e una successiva propagazione.
Le fasi da seguire per una corretta conservazione della semente (sia per le banche del germoplasma, ma anche per i coltivatori custodi), sono di seguito illustrate.

1) Raccolta
I semi provenienti da specie che producono frutti carnosi (solanacee e cucurbitacee), debbono subire un processo di essiccazione preventivo, al fine di evitare l’insorgenza di marciumi o muffe di qualunque genere. Viceversa i semi provenienti da specie che producono frutti secchi (graminacee, leguminose, crucifere, composite, chenopodiacee, ombrellifere ecc.), debbono essere separati dal residuo secco mediante battitura a cui segue la successiva separazione delle parti più leggere e inerti.

2) Pulitura
I semi debbono essere mondati da ogni tipo di impurità residua come polvere, residui resinosi, semi intaccati, semi attaccati da muffe e insetti. Queste operazioni possono essere eseguite sia manualmente, che attraverso l’uso di macchine selezionatrici e ripulitrici.

3) Valutazione del contenuto d’umidità
I semi appena ripuliti devono essere testati al fine di determinare il contenuto di umidità al suo interno. Questa operazione è di fondamentale importanza, in quanto ci permette di capire quanto dovremo essiccare la semente al fine di garantirne da una parte il suo mantenimento nel tempo e dall’altra di non comprometterne la vitalità. Si possono utilizzare per questa operazione bilance di precisione, contenitori di vetro e metallo con tappo ermetico e stufe a riscaldamento elettrico.

4) Essiccazione della semente
E’ considerata la fase più delicata in assoluto per la conservazione dei semi, perchè un errore in questa fase può compromettere seriamente sia la germinabilità che la vitalità dei semi.
Le condizioni ambientali migliori per avere un’essiccazione ottimale della semente si attestano tra il 10-15% di umidità relativa e il 10-25 °C di temperatura. Per le banche del germoplasma queste condizioni si possono ottenere o trattando l’aria del locale o con un deumidificatore ad assorbimento e un condizionatore di temperatura, oppure ponendo i semi in contenitori emetici posti in un ambiente fresco contenenti al loro interno una soluzione salina a base di cloruro di calcio. I semi dovranno essere trattati, fino al raggiungimento del contenuto di umidità richiesto per la loro conservazione.
A livello familiare l’essiccazione della semente deve avvenire in locali freschi e arieggiati e non al sole diretto perchè altrimenti si comprometterebbe la sua vitalità.

5) Test sulla germinabilità e vitalità
I semi appena essiccati, vanno poi sottoposti ad una serie di test al fine di valutarne sia la germinabilità che la successiva vitalità.
Viene chiamata germinabilità della semente, la percentuale o il numero di semi germinati, in grado di produrre e sviluppare piante in condizioni normali di coltura. Si può valutare oltre alla germinabilità, anche l’energia germinativa di un seme espressa come tempo medio di germinazione (T.M.G), definito come il tempo necessario che compie il seme per poter germinare.
La vitalità della semente esprime invece la proprietà di un seme di mantenere inalterate le sue capacità germinative nel tempo. La vitalità dei semi, può dipendere sia dalle caratteristiche intrinseche della specie, che dalle caratteristiche estrinseche dell’ambiente circostante.

6) Stoccaggio dei semi
I semi una volta essiccati e testati, nel caso delle banche del germoplasma vengono impacchettati in contenitori di polietilene impermeabili all’umidità e successivamente sigillati in modo da permettere di mantenere un contenuto costante di umidità. Normalmente vengono usati sacchetti multistrato termosaldabili, impermeabili all’ossigeno e all’umidità. Questi contenitori vengono poi posti sottovuoto, in modo da distruggere anche eventuali parassiti che potrebbero avere infestato la semente e favorire una maggiore longevità del seme. Dopodichè i contenitori devono essere etichettati, riportando il nome della specie e varietà, il numero del campione, il peso del seme e la data di stoccaggio.
A livello familiare invece, i sistemi di stoccaggio migliori dei semi sono rappresentati o dai contenitori di vetro, oppure dai contenitori metallici di latta stagnata in grado di mantenere costanti nel tempo le condizioni di umidità e temperatura.

7) Conservazione
I semi appena stoccati, vengono posti all’interno di opportune celle frigorifere, le quali hanno la caratteristica di mantenere una temperatura costante intorno ai 4 °C e un’umidità relativa tra il 40 e il 50%. Queste condizioni ambientali, permettono da una parte di mantenere inalterata la longevità di un seme nel tempo, ma dall’altro di impedirne un suo deterioramento o morte.
I semi conservati sottovuoto nei sacchetti sigillati, o nei contenitori di vetro a livello familiare almeno ogni 2 o 3 anni debbono essere rinnovati, al fine di valutare le reali caratteristiche della semente in particolare il suo livello di germinabilità e vitalità. E’ anche probabile che nel tempo le caratteristiche varietali del seme si siano modificate. Per il cui il rinnovo della semente che si esegue semplicemente seminando e osservando il tipo di pianta che ne determina, ci permette di valutare le eventuali variazioni fenotipiche della varietà. In questo modo al momento della raccolta verranno mantenuti i semi delle piante che hanno conservato intatte le loro caratteristiche varietali e scartate le altre. In questo modo sarà possibile preservare la purezza varietale nel tempo.

G) Ridiffusione nel territorio
Le varietà di specie legnose da frutto conservate presso i campi catalogo e le varietà di specie erbacee e orticole conservate presso le banche dei semi, afferenti ad istituti di ricerca, università e altri enti privati, una volta identificate debbono essere ridiffuse nel territorio a loro più consono per la coltivazione e produzione.
Ridiffondere una varietà antica in un territorio, è di fondamentale importanza non solo per evitarne l’estinzione e favorire un suo rilancio produttivo, ma anche per divulgarne una serie di tradizioni, saperi e utilizzi che se ne faceva nella storia di queste piante.
Infatti l’etnobotanica, la scienza che studia l’utilizzo delle piante nella tradizione popolare, parte infatti dalla consapevolezza che le varietà antiche un tempo molto utilizzate per i vari scopi anche medicinali e salutistici, possano essere reimpiegate a tale scopo nel futuro in alternativa ai metodi della medicina tradizionale. Per questo motivo si ritiene, che le varietà antiche possano avere in futuro un’importante funzione non solo a livello produttivo, agronomico climatico, sociale e culturale, ma anche dal punto di vista salutistico e fitoterapeutico.
Su questa ottica infatti, lo scopo principale della ridiffusione di una varietà in un determinato territorio a come scopo principale anche e non solo la valorizzazione della pianta, ma anche una valorizzazione di tutti quelli aspetti sociali, antropologici economici e turistici del luogo, della zona o della regione ad essa collegata. Per esempio la riscoperta di molti prodotti tipici, rientra in questa ottica descritta.
Alla ridiffusione di una varietà antica in un determinato territorio, sono affidate una serie di iniziative pubbliche o private di una serie di associazioni culturali e di tutela di un prodotto, iniziative di privati, mostre pomologiche o di semi in occasioni di manifestazioni o sagre dedicate alle varietà antiche, mercatini locali di produttori biologici e iniziative di scambio gratuito delle sementi.
A livello legislativo invece le varietà antiche sono state definite dalla comunità europea anche con il nome di varietà da conservazione. L’Italia già da alcuni anni ha recepito una direttiva comunitaria, attraverso la quale è stato possibile integrare all’interno del registro nazionale delle varietà, un sotto registro apposito riguardante la varietà da conservazione. Per cui ad oggi abbiamo il registro delle varietà da conservazione delle specie agrarie da pieno campo (es. frumento, orzo, mais, patata, girasole ecc.) e il registro delle varietà da conservazione delle specie orticole (es. pomodoro, fagiolo, cece, pisello, cavolo, insalate, cipolla ecc.).
L’iscrizione di queste varietà agli appositi registri descritti, permetterà a quella determinata varietà, di essere nuovamente commercializzata e prodotta ovviamente secondo dei criteri agronomici e produttivi ben definiti e in ambiti geografici riconosciuti come tipici della coltura.

BIBLIOGRAFIA:
1) Stoppioni S., Storchi P., Toma M., Tonutti P., 2008. Linee guida per la conservazione di accessioni raccolte “EX SITU” presso la banca regionale del germoplasma. A cura della commissione tecnico-scientifica delle Specie Legnose da frutto della L.R. 2004 della regione Toscana.

2) Benedettelli S., Bonari E., Macchia M., Vazzana C., 2008. Linee guida per la corretta conservazione “EX SITU” di specie erbacee di interesse agrario della Toscana. A cura della commissione tecnico-scientifica della Specie Erbacee della L.R. 2004 della regione Toscana.

3) Spadaro C., 2010. Il frutto ritrovato. Mappa della biodiversità in Italia: vademecum per scoprire e salvare semi e frutti dimenticati. Edizioni Altreconomia, Milano.

 

 

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