L’autoproduzione delle sementi

A) La riproduzione per seme di specie erbacee
La riproduzione da seme, è considerata la forma naturale attraverso la quale una pianta superiore tende a perpetuare la sua discendenza alle generazioni successive.
Rappresenta anche la prima forma di riproduzione ad essersi sviluppata e diffusa fin dalle origini delle specie vegetali.
Nella riproduzione da seme (chiamata anche gamica), si verifica un rimescolamento dei caratteri ereditari derivante dall’unione tra le cellule dell’organo di riproduzione maschile (il polline) e le cellule dell’organo di riproduzione femminile (l’ovulo), determinando l’ottenimento di piante figlie molto diverse dalle caratteristiche dei genitori.
Per esempio se il polline di una varietà di fagiolo Zolfino, feconda l’uovo di fagiolo della stessa varietà, si originerà un seme che darà vita ad una pianta con caratteristiche diverse dai fagioli di partenza.
La maggior parte degli ortaggi oggi coltivati (es. pomodoro, fagiolo, zucchina ecc.) si riproduce prevalentemente per seme.
Soltanto una piccola parte di essi si riproduce per via vegetativa (patata, aglio e zafferano) cioè senza l’intervento del processo di fecondazione tra gli organi precedentemente descritti dando origine di conseguenza a piante figlie identiche alla pianta madre di partenza.
Questo avviene perché in quest’ultime specie la produzione di semi da parte della pianta risulta scarsa, limitata (patata e zafferano) e in alcuni casi assente (aglio).
Infatti in queste piante gli organi di riproduzione sono rappresentati dal: tubero (l’organo sotterraneo e commestibile della patata), bulbillo (le strutture avvolte nel bulbo a formare i cosiddetti spicchi d’aglio) e il rizoma (l’organo sotterraneo ingrossato dello zafferano).

B) Come è fatto un seme?
Dal punto di vista morfologico e anatomico, un seme si compone di tre parti fondamentali:

1) L’embrione

2) Il tessuto di riserva

3) Gli organi di protezione

L’embrione, rappresenta la piccola pianta in miniatura all’interno del seme, che si forma a seguito del processo di fecondazione tra la cellula dell’organo di riproduzione maschile e la cellula dell’organo di riproduzione femminile.
All’interno dell’embrione troviamo inoltre i cotiledoni. Essi sono delle piccole foglioline facenti parte dell’embrione che hanno la funzione in alcuni semi (es. fagiolo, pisello ecc.) di accumulare le sostanze di riserva necessarie al processo di germinazione, mentre in altri semi (es. zucchina, melone ecc.) di fornire le sostanze necessarie al fine di garantire lo sviluppo della giovane piantina.
Il tessuto di riserva, è costituito prevalentemente dall’endosperma (o albume).
L’endosperma non è altro che la massa di cellule del seme deputate all’accumulo di sostanze di riserva necessarie al nutrimento dell’embrione. L’endosperma inizialmente si presenta di consistenza liquida, per poi assumere una consistenza solida con la maturazione del seme. In base alla modalità di accumulo delle sostanze nutritive all’interno dell’endosperma i semi vengono distinti in:

  • Semi albuminosi

Sono quei semi dove la funzione di accumulo delle sostanze nutritive è rappresentata prevalentemente dall’endosperma. Questa tipologia di semi è tipica delle piante appartenenti alla famiglia delle graminacee e in particolar modo dei cereali (frumento, orzo, mais, riso ecc.) dove la parte deputata all’accumulo delle sostanze nutritive necessarie allo sviluppo dell’embrione rappresenta quasi l’80 % del seme stesso.

  • Semi exalbuminosi

Sono quei semi dove la funzione di riserva viene assunta quasi esclusivamente dai cotiledoni dell’embrione che vanno ad invadere la cavità interna del seme stesso. Questa tipologia di semi è tipica prevalentemente delle piante appartenenti alla famiglia delle leguminose (fagiolo, pisello, cece, soia ecc.) dove le foglioline embrionali dei cotiledoni svolgono la funzione di accumulare le sostanze nutritive a causa dello scarso sviluppo dell’endosperma.

Il tessuto di riserva, è ricco di tutte quelle sostanze nutritive utili per nutrire il seme tra cui: zuccheri, composti azotati (amminoacidi, proteine ecc.), grassi e ormoni vegetali il cui contenuto è variabile a seconda dello stato fisiologico dell’embrione.

In base al tipo di sostanza nutritiva che viene accumulata all’interno dell’endosperma, i semi possono essere distinti inoltre in:

  • Semi amilacei

Sono quei semi dove la sostanza nutritiva accumulata è rappresentata prevalentemente da zuccheri (amido, glucosio ecc.). Appartengono a questa categoria i semi del frumento e del mais.

  • Semi proteici

Sono quei semi dove la sostanza nutritiva accumulata è rappresentata prevalentemente da sostanze azotate e in particolar modo da proteine. Appartengono a questa categoria i semi del fagiolo, del pisello e del cece.

  • Semi oleosi

Sono quei semi dove la sostanza nutritiva accumulata è rappresentata prevalentemente da sostanze grasse (principalmente oli vegetali). Appartengono a questa categoria i semi del girasole, dell’arachide e del colza.

Gli organi di protezione del seme infine sono costituiti essenzialmente dal strato protettivo esterno che in alcune specie è unico, spesso e costituito da sostanze fibrose (come nel caso dei cereali), mentre in altre specie è molto sottile e quasi impercettibile (come nel caso dei legumi). Gli organi di protezione esterni al seme svolgono principalmente tre funzioni:

  • Resistenza meccanica agli agenti esterni (vento, pioggia, acqua ecc.).
  • Sopravvivenza del seme dopo la caduta dal frutto per tempi prolungati al fine di determinarne una diffusione a distanza e una migliore riproduzione.
  • Impedire all’acqua e alle sostanze gassose (es. ossigeno) di penetrare all’interno del seme prima che l’embrione sia sviluppato completamente determinandone una riduzione di vitalità.

Infatti nei semi dei cereali gli strati fibrosi che avvolgono il seme diventano permeabili all’acqua e all’aria solo dopo quando l‘embrione è completamente sviluppato e pronto per originare la nuova piantina.

C) I fattori ambientali che influiscono sulla produzione dei semi
Alcune specie che si riproducono per seme possono passare dalla fase vegetativa (in cui producono foglie e rami) a quella riproduttiva (in cui producono fiori e frutti), senza la necessità che particolari stimoli esterni e ambientali inducano cambiamenti fisiologici al loro interno.
Altre specie invece esigono di particolari condizioni di fotoperiodo (lunghezza del giorno) e di vernalizzazione (periodo di freddo) per poter passare dalla fase vegetativa a quella produttiva.
Con il termine di fotoperiodo, si intende la lunghezza e l’intensità del periodo di luce giornaliero che alcune piante richiedono per poter produrre fiori e frutti.
In base al fotoperiodo le piante possono essere classificate in 3 gruppi diversi in relazione alle esigenze del periodo di luce e di buio giornaliero necessario per iniziare lo sviluppo del fiore. Per questo avremo:

  • Piante longidiurne o a giorno lungo

Sono piante che fioriscono in periodi dell’anno in cui le ore di luce superano quelle di buio. Per questo le piante longidiurne sono anche brevinotturne. (es. frumento, alcune varietà di cipolla, cicoria e lattuga).

  • Piante brevidiurne o a giorno corto

Sono piante che fioriscono in periodi dell’anno in cui le ore di buio superano quelle di luce. Per questo le piante brevidiurne sono anche longinotturne. (es.alcune varietà di cipolla vernina).

  • Piante neutrodiurne o a giorno indifferente

Sono piante in cui la fioritura è indipendente dal numero di ore di luce (tutte le altre specie erbacee).

Il meccanismo che permette alle piante di assorbire la luce solare in modo da controllare la loro fioritura si chiama fotomorfogenesi ossia la crescita delle piante in presenza di luce. La molecola recettore che permette tale assorbimento si chiama fitocromo.
Il fitocromo è una molecola organica che presenta 2 picchi d’assorbimento
della luce rossa. Essa è presente in due forme che sono la Pr forma inattiva(rosso comune con un picco d’assorbimento di 660 nm) e la forma Pfr forma attiva (Far – Red rosso lontano che a un picco d’assorbimento di 730 nm).
Per cui se la luce solare (che agisce anche nell’intervallo delle lunghezze d’onda tra 660 e 730 nm) arriva ad una lunghezza d’onda di 660 nm, la forma inattiva (Pr) assorbe la luce solare trasformandosi nella forma attiva del fitocromo (Pfr), determinando di conseguenza lo stimolo alla fioritura delle piante.
Viceversa se la luce solare arriva ad una lunghezza d’onda di 730 nm, la forma attiva (Pfr) assorbe la luce solare trasformandosi nella forma inattiva (Pr), bloccando di conseguenza lo stimolo alla fioritura.
Altre specie di piante invece non sviluppano gli organi fiorali a meno che non siano state esposte a temperature relativamente basse.
Infatti con il termine di vernalizzazione, si intende quel periodo di freddo in cui alcune specie vegetali devono essere sottoposte per poter produrre fiori e frutti. Molte specie che rientrano in questa categoria vengono definite biennali (sedani, prezzemolo, cavoli, cicoria, lattuga, bietola ecc.), ossia piante che producono foglie e rami al 1° anno di vita e fiori e frutti al 2° anno di vita. In alcune di esse addirittura la vernalizzazione può operare uno stimolo a fiore, già a livello delle prime fasi di germinazione del seme (cicoria e lattuga), mentre altre (frumento, orzo, farro e segale), necessitano di uno sviluppo di avanzato della piante affinché il freddo possa esplicare la sua azione.
Il meccanismo biologico che controlla l’induzione a fiore in presenza di basse temperature delle piante è recepito dall’embrione del seme oppure dai giovani germogli dell’apice delle piante. Quando infatti le temperature ambientali raggiungono un intervallo compreso tra i 1 – 0 °C, si produce uno stimolo a fiore che trasforma le foglioline dell’embrione del seme (es. nel caso della cicoria) o del germoglio (es. nel caso del frumento) in abbozzi fiorali predisponendo di conseguenza le piante sottoposte al freddo alla loro fioritura.
La conoscenza di questi fattori ambientali che possono influenzare la fioritura delle piante erbacee, è di fondamentale importanza in quanto è considerata indispensabile al fine di poter disporre di una buona quantità di seme da utilizzare per la propagazione e il mantenimento sia della specie che delle varietà locali coltivate.

D) Acquisto di semi o autoproduzione?
La produzione delle sementi può essere fatta essenzialmente attraverso due sistemi:

1) L’acquisto.

2) L’autoproduzione e la successiva raccolta del seme direttamente dalle piante coltivate in azienda.

Attualmente, la maggior parte delle sementi viene acquistata da ditte sementiere specialmente nei paesi più sviluppati.
Le sementi che vengono acquistate, possono essere riprodotte con successo dai coltivatori specialmente se queste risultano varietà ad impollinazione libera o incrociata, cioè provenienti da piante portaseme femminili non sottoposte alle particolari tecniche d’incrocio utilizzate per ottenere sementi definite ibride.
Le varietà ibride di solito si ottengono dall’incrocio di varietà (linee) sottoposte ad autofecondazione. I semi riprodotti da varietà ibride producono piante con caratteristiche molto diverse da quelle tipiche della varietà ibrida originaria.
L’autoproduzione delle sementi invece è stata quella tecnica riproduttiva che fin da secoli più antichi, ossia dalla nascita dell’agricoltura nell’epoca neolitica fino ad oggi, ha permesso di propagare le varietà locali di specie erbacee.
Questa tecnica riproduttiva, consiste principalmente nel fare crescere una pianta, dalla cui raccolta del seme fatto direttamente in azienda, è possibile ottenere del materiale riproduttivo da utilizzare l’anno successivo e riprodurlo all’infinito. L’autoproduzione del seme in proprio, sebbene comporti da parte dell’agricoltore un costo e un lavoro non indifferente, è ancora considerata una pratica molto diffusa in agricoltura verso coloro che per motivi diversi si dedicano ancora alla perpetuazione di questa antica tradizione.
I fattori che possono spingere i coltivatori al mantenimento e alla selezione delle specie e varietà vegetali che normalmente coltivano in azienda possono dipendere:

1) Dal mercato locale.

2) Dalle abitudini alimentari.

3) Da ragioni economiche.

4) Da ragioni di pura conservazione.

E) Isolamento delle piante
Per non perdere la purezza del seme e le caratteristiche di una determinata varietà, è necessario che attraverso la riproduzione sia i genitori che i figli, abbiano le stesse caratteristiche esteriori corrispondenti. Per ottenere questo occorre evitare che sulla pianta portaseme (femminile), giunga polline di altre varietà il quale determinerebbe un incrocio di vari caratteri e la conseguente perdita delle caratteristiche peculiari della varietà in oggetto.
Per scongiurare eventuali fenomeni d’ibridazione, in relazione anche alle caratteristiche fiorali, possono essere adottate tecniche d’isolamento opportune:

a) Isolamento nello spazio
Incroci tra varietà diverse possono essere evitati mantenendo queste separate ad una distanza abbastanza elevata tale da prevenire contaminazioni dovute all’attività impollinatrice degli insetti o del vento. La distanza da adottare varia da specie a specie. Quando si parla di isolamento spaziale bisogna tener conto anche delle varietà coltivate negli orti o nei giardini dei vicini. Occorre inoltre essere certi che nella zona, almeno entro un certo raggio, non siano presenti specie e varietà indesiderate.
La distanza d’isolamento risulta dipendente dalla tipologia della zona di riproduzione e varia in relazione a molti fattori come la dimensione della pianta portaseme, la densità degli impollinatori, la presenza di fonti alimentari alternative per gli impollinatori e l’esistenza di barriere geografiche, vegetazionali e ambientali. La distanza tra diverse varietà deve tener conto anche di diverse componenti come il tipo d’impollinazione della pianta (autoimpollinazione o impollinazione incrociata) e il vettore del polline (insetti o vento).
Inoltre per varietà che hanno caratteristiche morfologiche diverse (es: fagioli con fiori bianchi e fagioli con fiori rossi, oppure peperoni dolci e piccanti), la distanza deve essere maggiore di quella richiesta per varietà simili (due varietà di fagioli con fiori bianchi e due varietà di peperoni piccanti).
Mentre nel caso in cui si raccolgano semi sviluppati da frutti di piante poste al centro e non ai margini della coltura, la distanza può essere ridotta

b) Isolamento nel tempo
Molto spesso varietà della stessa specie possono fiorire in epoche leggermente spostate nel tempo. Questa situazione può essere dovuta a fattori genetici (es cavolo primaticcio e tardivo o differenti tipi di cipolla), oppure può essere ottenuta anticipando o posticipando le epoche di semina o di trapianto in modo tale che varietà della stessa specie, pur essendo coltivate vicine le une dalle altre, fioriscono in maniera asincrona così da evitare gli scambi di polline tra varietà diverse.
Tra le specie che possono essere isolate nel tempo possiamo ricordare il mais, la cicoria e la lattuga. Naturalmente la separazione temporale della varietà è più efficace quando esse hanno epoche di fioritura nettamente differenti.
Due varietà con epoche di fioritura vicine o sovrapposte possono essere isolate nel tempo quando la stagione e il clima della zona non permettono le semine con almeno 4 settimane d’intervallo.
Tuttavia condizioni climatiche avverse nel periodo primaverile-autunnale possono causare disformità di crescita e fioritura di varietà diverse, annullando di conseguenza l’intervallo delle epoche di fioritura.
Siccome però molti semi se conservati in maniera idonea rimangono vitali per molti anni, la riproduzione varietale può essere eseguita anche a rotazione nel corso degli anni, in modo da evitare la riproduzione contemporanea di varietà diverse ed evitare possibili incroci.

c) Isolamento meccanico
L’isolamento meccanico si basa sull’utilizzazione di barriere artificiali (serre, tunnel e reti) o di isolatori per singole piante fatti di materiale idoneo (tessuto non tessuto, garze, sacchetti di plastica ecc.), che scongiurano l’accesso ai fiori di polline proveniente dall’esterno.

d) Isolamento di singole piante
Con questa tecnica si tende a separare gli organi riproduttivi della pianta. Solitamente questa tecnica viene utilizzata con piante ad autoimpollinazione per evitare eventuali incroci di pollini estranei, per eseguire incroci, nel caso del mais, o per evitare ibridazioni.
Questa operazione può essere svolta ricorrendo a buste di carta, tessuto non tessuto, tela grezza ecc.
E’ consigliabile evitare l’uso di buste di nylon o altro materiale che non consenta la traspirazione della pianta.

e) Isolamento di un gruppo di piante
Per effettuare questo tipo d’isolamento occorre costruire un telaio in metallo, legno o plastica, rivestito di rete bianca, anche di materiale sintetico, che non consenta il passaggio d’insetti o del polline trasportato dal vento e non riduca troppo la luminosità all’interno della struttura, pur consentendo il passaggio dell’aria, dell’acqua e della luce.
Gli isolatori per singole piante o per gruppi di piante, devono essere spostati appena possibile (a fecondazione avvenuta), per consentire la maturazione all’aperto dei frutti appena formati.
L’isolatore può essere fisso o mobile. Si ricorre ad un isolatore mobile quando si devono isolare due varietà a fioritura contemporanea che necessitano dell’azione d’insetti per l’impollinazione e lo si utilizza a giorni alterni per le singole varietà.
Questo sistema tuttavia può causare una riduzione della produzione del seme, perché l’impollinazione non avviene in maniera costante. L’alternanza degli isolatori deve proseguire fino a che non si è formato un sufficiente numero di frutti o fino alla fine della fioritura. Questo sistema può essere usato anche con 3-4 varietà. In questo caso l’impollinazione avviene 1 giorno su 3, oppure 1 giorno su 4.

f) Isolamento con introduzione d’insetti impollinatori
Per quanto riguarda questo tipo d’isolamento, ricordiamo che i migliori insetti impollinatori sono le api e i bombi, anche se per situazioni di confinamento in volumi ridotti si può ricorre con minori problemi all’uso di mosche che sono disponibili e facilmente manipolabili. Possono essere acquistate allo stadio larvale come esche per i pescatori. Nell’isolatore vanno introdotte le mosche adulte che possono essere catturate attraendole con dei pezzetti di carne.
Le mosche adulte a differenza delle larve che si nutrono di carne sono glicifaghe cioè si alimentano di sostanze zuccherine che possono trovare nei fiori, favorendo di conseguenza l’impollinazione. La loro vita è molto breve e ogni 3-4 giorni e per questo devono essere sostituite.
Anche i bombi possono essere acquistati e utilizzati per l’impollinazione delle colture in serra. Tuttavia al pari delle api per sopravvivere essi hanno bisogno della presenza dell’intera colonia d’appartenenza, completa di regina e di adeguate scorte di polline e miele. Per questo motivo mal si adattano alle ridotte dimensioni degli isolatori, mentre esplicano ottimamente la loro azione in presenza di volumi notevolmente maggiori.

g) Forma della parcella che ospita le piante portaseme
Se si verificano delle contaminazioni di polline estraneo per l’azione del vento o degli insetti, è più probabile che questo avvenga lungo il perimetro della parcella che ospite la pianta riproduttrice.
Quindi se ad una parcella di piante madri si cerca di dare una forma quadrata, si riduce notevolmente la possibilità che la parte più interna venga raggiunta da polline estraneo.

h) Tecniche d’impollinazione manuale
Oltre all’isolamento spaziale e temporale, l’impollinazione manuale è il metodo da usare con più facilità per la produzione di semi a livello familiare o di piccola azienda agricola.
Le tecniche d’impollinazione manuale vengono usate principalmente per specie ad impollinazione entomofila, ma possono essere usate anche per specie ad impollinazione anemofila come il mais.
La tecnica d’impollinazione manuale prevede il trasporto di polline incontaminato da un fiore maschile ad un fiore femminile recettivo e precedentemente aperto.
Dopo che l’impollinazione manuale è stata effettuata, il fiore va protetto da possibili contaminazioni di pollini esterni.

F) La selezione massale
La selezione massale è quel tipo di selezione semplice operata dall’uomo fin dalla nascita dell’agricoltura basata sulla scelta delle piante da utilizzare per la riproduzione in cui si cerca di favorire lo sviluppo delle piante che secondo criteri visivi ed empirici sono le migliori per l’agricoltore.
Tale selezione dipende da molti fattori legati alle condizioni ambientali e sociali. In generale questo tipo di selezione deve favorire quelle piante che presentano maggior vigore germinativo e produttivo, produttività, resistenza e/o tolleranza ai parassiti e agli stress ambientali (siccità, freddo, caldo ecc.).
La selezione massale permette anche di recuperare il germoplasma e tutti i caratteri importanti per lo sviluppo dell’uomo, mettendo di conseguenza un freno al meccanismo indiscriminato della selezione artificiale.
Dal punto di vista tecnico, la selezione massale a differenza della selezione artificiale operata dall’uomo, permette di mantenere intatta la variabilità genetica degli individui riprodotti. Questo perché con la selezione massale, non si opera una scelta dei caratteri da selezionare all’interno della varietà, ma bensì una scelta delle varietà migliori mantenendo di conseguenza inalterata la struttura genetica dell’individuo.
Le piante con caratteristiche esteriori non corrispondenti ai caratteri varietali devono essere eliminate o separate dalle altre in modo che non possano impollinare gli altri fiori. Questo perché individui morfologicamente diversi possono essere andati incontro a mutazioni genetiche tali da portare a caratteristiche sfavorevoli ma anche favorevoli tali da indurre caratteri migliorativi. Quindi se possibile tali soggetti dovrebbero essere riprodotti isolatamente e le sementi tenute separate. Invece le piante ammalate, colpite da insetti, funghi, batteri e virus devono essere eradicate. L’eradicazione può essere eseguita in diversi momenti dalla fase di germinazione, trapianto, sviluppo vegetativo, fioritura, fruttificazione, oppure si può anche eseguire nei momenti di conservazione (come i bulbi di cipolla e aglio) a favore degli individui che mostrano un ritardo nello sviluppo vegetativo ed una maggiore conservabilità.
Fra gli agricoltori è consuetudine scegliere per la produzione di semi, i frutti che si formano sul primo palco di fruttificazione delle piante, specialmente per le specie come il pisello, la fava, il pomodoro, la melanzana e il peperone.
Questo perché i frutti che si formano nel primo palco producono semi con maggiore energia germinativa e con minore tendenza all’ibridazione rispetto ai frutti posti sui palchi più alti.

G) Raccolta dei semi
I metodi per la raccolta delle sementi delle principali specie erbacee, sono principalmente di tre tipi a seconda se i loro semi siano ricavati da:

1) Frutti carnosi

2) Frutti secchi

3) Frutti di piante biennali

1) Semi ricavati da frutti carnosi
Il processo di raccolta di questi semi (es. pomodori, peperoni, meloni, zucchine ecc.) all’interno del quale il seme si trova immerso in una polpa più o meno deliquescente, avviene in varie fasi:

a) Asportazione del seme dal frutto e fermentazione
L’asportazione del seme si esegue tagliando a metà il frutto con un coltello e successivamente ponendo il seme immerso nella polpa ricca di gelatina su una superficie liscia non assorbente all’aperto, o in un barattolo di vetro.
Il processo di fermentazione è utile per distruggere una serie di parassiti che possono essere trasmessi dal seme alla pianta e che di solito si ritrovano sulla sua superficie esterna.
La fermentazione viene eseguita mescolando una parte della polpa del frutto con il seme (es. all’interno di un barattolo di vetro), lasciandolo riposare per circa 24 ore.

b) Lavaggio e separazione dei residui di polpa
Con questa operazione di lavaggio delle sementi è possibile non solo togliere i residui di polpa che rimangono attorno al seme dopo il processo di fermentazione, ma eliminare anche i semi non vitali (cioè quelli vuoti) perché essi tendono a galleggiare nell’acqua di lavaggio.

c) Essiccazione dei semi
È una delle operazioni più importanti perché impedisce eventuali germinazioni del seme non richieste o marcescenze dello stesso.
I semi vanno distesi su una superficie idonea (es. ceramica, vetro ecc.) evitando l’uso di carta, tessuti e plastica non rigida, perché in questi casi è estremamente difficile rimuovere i semi.
Dopodiché devono essere rigirati più volte al giorno. I semi dovranno poi essere asciugati all’aria e non esporli direttamente al sole o altre fonti di calore (es. forni o caloriferi), perché temperature superiori ai 36 °C possono danneggiare la semente.

2) Semi ricavati da frutti secchi
I frutti di queste specie (fagioli, ceci, piselli ecc.), possono essere lasciati seccare in campo con tutta la pianta, se le condizioni climatiche lo consentono.
Quando i frutti sono maturi, le piante possono essere raccolte e poste definitivamente a seccare in luoghi riparati prima di procedere all’estrazione del seme.
Per separare i semi dalle altre parti vegetali secche (es. foglie e rami), si può ricorrere alla sgusciatura manuale o all’uso di bastoni di legno (correggiato).
Successivamente le parti più fini possono essere separate dai semi attraverso l’uso di un vaglio o setaccio.

3) Semi ricavati da piante biennali
Vengono definite biennali quelle piante che producono foglie e rami al 1°anno di vita e fiori e frutti al 2° anno.
I semi di queste specie (es. carota, cavolo, lattuga, carciofo, basilico, sedano ecc.) per poter passare dalla fase giovanile (in cui producono foglie e rami) alla fase adulta (in cui producono fiori e frutti), debbono essere sottoposte ad un periodo di freddo (espresso in giorni) necessario affinché la pianta possa produrre i frutti e andare a seme.
Per questo tali ortaggi vengono lasciati crescere e sviluppare in campo durante la primavera – estate e solo dopo aver superato l’inverno, nella primavera successiva possono andare a fiore in modo da raccogliere i loro frutti e semi in estate.
Il metodo di raccolta dei loro semi dai frutti poi completamente identico a quello dei frutti secchi.

H) Disinfezione dei semi
Una volta eseguita la raccolta e la pulizia del seme, è necessario sottoporre i semi ad alcuni procedimenti di disinfezione prima di procedere alla loro conservazione.
La disinfezione delle sementi è una pratica importante per evitare di trasmettere e diffondere patogeni, come funghi, batteri e virus alle generazioni successive. Il sistema di disinfezione con l’acqua calda, era quello più comunemente usato dalle ditte sementiere prima dell’introduzione e dell’uso di sostanze chimiche. Questa tecnica, efficiente e priva di rischi, oggi è caduta in disuso, ma rimane comunque una valida soluzione alternativa per persone appassionate di agricoltura biologica o che non vogliono utilizzare sostanze chimiche pericolose. Questo sistema di disinfezione richiede però la presenza di un minimo di attrezzatura specifica come un termometro preciso, una friggitrice elettrica, una pentola e un setaccio da cucina. Il processo di disinfezione con acqua calda sfrutta il metodo tipico del bagnomaria.
Si fa riscaldare l’acqua in una pentola a 50 °C, dopodiché viene poi messa nella friggitrice elettrica calda e riempita per 2/3. Quindi la pentola con sufficiente acqua da ricoprire i semi, va messa a bagnomaria nelle friggitrice. La temperatura nella pentola si può regolare alzando la temperatura della friggitrice o semplicemente estraendo la pentola per il tempo necessario. Una volta raggiunta e stabilizzata la temperatura desiderata, i semi vanno posti a bagno e rigirati per tutto il processo. Successivamente i semi vengono recuperati e messi ad asciugare.

I) Conservazione dei semi
Per poter conservare al meglio un determinato seme per un certo periodo di tempo, è necessario conoscere la sua vitalità e la sua germinabilità. La vitalità dei semi è la proprietà che essi posseggono di mantenere inalterate la loro funzioni vitali nel tempo. La vitalità dei semi dipende in primo luogo dalla caratteristiche intrinseche della specie. In base a tali caratteristiche i semi vengono distinti in:

  • Semi a vita breve (circa 3 anni es. cicoria e lattuga).
  • Semi a vita intermedia (circa 4 anni es. orzo, fagiolo, segale, frumento e farro).
  • Semi a vita lunga (circa 5 anni e oltre es. cipolla, bietola, cece, cocomero, melone, zucca e zucchina, carota, pomodoro, melanzana e mais).

La vitalità dei semi dipende poi in secondo luogo anche dalle caratteristiche estrinseche della specie (es. l’umidità atmosferica, la temperatura e l’ambiente di coltivazione). Questo significa che se i semi non sono conservati in ambienti idonei alla loro conservazione, essi possono perdere già in partenza la vitalità che ogni specie la contraddistingue. Infatti l’elevata umidità dell’aria, l’elevata temperatura e la combinazione di questi fattori possono portare alla perdita irreversibile della loro vitalità.
Per germinabilità di un seme si intende invece la probabilità in percentuale
che un seme vitale dia origine ad una nuova pianta. I due più grandi nemici
della conservazione delle sementi sono il calore e l’umidità. Semi che vengono conservati in ambienti dove sia la temperatura che l’umidità sono molto fluttuanti, perdono le loro proprietà germinative in breve tempo.
Per avere una buona conservazione è necessario che l’umidità sia mantenga bassa intorno al 4-6% (per i semi a vita media), fino al 20-25% (per i semi a vita lunga) e necessariamente senza troppe fluttuazioni. Nonostante tutto i semi anche se essiccati restano comunque vitali ed in equilibrio con l’umidità ambientale. Se vengono reidratati oltre il 15% diventano suscettibili allo sviluppo di parassiti, sopra il 20% vanno incontro ad un processo di riscaldamento e se arrivano al 40-60% si può attivare la germinazione.
Per quanto riguarda la temperatura come fattore influente sulla conservazione dei semi è necessario ricordare che essa non deve andare al di sotto di certi limiti (es. 0 -1°C), per non interrompere troppo il processo di crescita e sviluppo dell’embrione, ne al di sopra (10-15°C) per non impedire i processi vitali del seme stesso. L’intervallo di temperatura migliore per avere una corretta conservazione del seme deve aggirarsi tra 2-7°C.
Bisogna per questo evitare di conservare i semi sia in ambienti umidi che in contenitori di plastica o sacchetti di carta in quanto essi possono trattenere l’umidità dell’ambiente favorendo di conseguenza la marcescenza del seme e la perdita della sua germinabilità. Per questo è necessario che l’orticoltore conservi i semi in luoghi sono ben asciutti (es. cantine fresche e areate) o in contenitori a tenuta stagna. Per quanto riguarda i contenitori di conservazione i migliori quelli di vetro o i sacchetti usati per confezionare il caffè che contengono una lamina metallica all’interno, utile per preservare i semi a lungo e con il vantaggio inoltre di poter essere sigillati sottovuoto.

BIBLIOGRAFIA:
1) Baldini E., 1991. Arboricoltura generale. Edizioni Clueb, Bologna.

2) Cerretelli G., Vazzana C., 1995. Un seme, un ambiente: manuale di autoriproduzione delle sementi. Regione Toscana – Giunta regionale, Dipartimento di Agricoltura e Foreste, Edizioni Regione Toscana, Firenze.

3) Nicese P.F. 2002. Tecnica vivaistica. Dipartimento di ortoflorofrutticoltura. Facoltà d’Agraria. Università degli studi di Firenze.

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