Salvaguardia e valorizzazione della biodiversità

A) La biodiversità
Il termine biodiversità (o variabilità genetica) è di solito utilizzato per definire la variabilità delle forme viventi presenti sulla Terra. Dal punto di vista genetico la biodiversità si esprime come il risultato biologico del patrimonio genetico di una determinata specie (genotipo) e la sua realizzazione esteriore (fenotipo), all’interno dell’ambiente di cui tale specie si è sviluppata.
All’interno della stessa specie tale variabilità si può esprimere anche a livello varietale ed è per questo che potremo avere una variabilità intervarietale (se si manifesta tra varietà diverse), oppure una variabilità intravarietale (se si manifesta all’interno della stessa varietà).
A livello agricolo la biodiversità più interessante è quella definita con il termine di biodiversità agraria o agrobiodiversità.
L’agrobiodiversità che riguarda le specie vegetali, si può manifestare sull’aspetto della pianta, il suo portamento, il colore e la forma delle foglie, il colore, l’aspetto e la forma dei fiori, il colore e la forma del frutto e anche le caratteristiche gustative e nutrizionali del frutto stesso.

B) Le varietà locali
Con il termine di varietà locale s’intendono tutte quelle varietà che essendosi evolute in un periodo di tempo molto ampio, hanno solitamente un’elevata variabilità genetica (meglio conosciuta come biodiversità), specialmente quando sono mantenute nella loro zona di origine, vengono coltivate attraverso tecniche agricole tradizionali e posseggono un nome proprio. Esse si caratterizzano inoltre per il passaggio da una generazione all’altra, da madre in figlia e da mano a mano per consuetudine familiare o comunitaria.
Infatti, prima che la scienza genetica fosse largamente impiegata in agricoltura, per la costituzione di nuove varietà omogenee, la selezione delle varietà locali coltivate (partendo da popolazioni selvatiche) era influenzata dalle condizioni ambientali (clima, terreno, tipo di coltura, presenza di parassiti ecc.), oppure dall’opera consapevole o inconsapevole da parte dell’uomo. In modo consapevole era l’agricoltore che poteva scegliere per la riproduzione le piante migliori (selezione massale), mentre in modo inconsapevole era la selezione naturale insieme all’utilizzo di pratiche agricole (tempo di semina o di raccolta), le quali potevano favorire all’interno della popolazione la scelta soltanto di alcuni individui. Le combinazioni di questi fattori, insieme a altri di natura sociale, come il mercato dei prodotti agricoli, hanno contribuito alla costituzione di varietà locali che hanno avuto e lo hanno tuttora caratteristiche molto pregiate. E’ importante salvaguardare le varietà locali perché:

  1. Conservano la variabilità genetica, meglio conosciuta come biodiversità.
  2. Sono più resistenti e/o tolleranti ai parassiti.
  3. Si adattano meglio all’ambiente, al clima e all’ambiente di coltivazione.
  4. Sono più favorite nella selezione naturale della specie.
  5. Non richiedono interventi colturali (concimazioni, trattamenti fitosanitari, irrigazioni e lavorazioni) frequenti ed eccessive.
  6. Presentano delle caratteristiche organolettiche e qualitative migliori.
  7. Permettono di valorizzare meglio la zona tipica di produzione dove esse sono coltivate.
  8. Permettono di mantenere viva la storia, le tradizioni agricole, contadine, culturali e gastronomiche a esse legate.

C) L’autoproduzione delle sementi
Fin da secoli più antichi, ossia dalla nascita dell’agricoltura nell’epoca neolitica fino ad oggi, le varietà locali sono state riprodotte principalmente ricorrendo all’autoproduzione. Questa tecnica riproduttiva, consiste principalmente nel fare crescere una pianta, dalla cui raccolta del seme fatto direttamente in azienda, è possibile ottenere del materiale riproduttivo da utilizzare l’anno successivo e riprodurlo all’infinito.
L’autoproduzione del seme in proprio, sebbene comporti da parte dell’agricoltore un costo e un lavoro non indifferente, è ancora considerata una pratica a livello locale molto diffusa soprattutto da parte di coloro che per motivi diversi si dedicano ancora al mantenimento di questa antica tradizione. I fattori che possono spingere i coltivatori al mantenimento e alla selezione delle specie e varietà locali che normalmente coltivano in azienda, possono dipendere dal mercato locale che richiede prodotti particolari, dal mantener vive alcune abitudini alimentari (emigranti provenienti dal Sud d’Italia, che continuano a coltivare le varietà tipiche dei loro luoghi d’origine), da ragioni economiche (evitare l’acquisto di sementi, evitare eccessive spese aziendali), oppure per ragioni di pura conservazione che consistono nell’interesse a svolgere un lavoro di recupero e di riproduzione di specie e varietà vegetali a rischio d’estinzione.
Dal punto di vista tecnico, l’autoproduzione a differenza della selezione artificiale operata dall’uomo, permette di mantenere intatta la variabilità genetica degli individui riprodotti. Questo perché con l’autoproduzione delle sementi, non si sceglie dei caratteri da selezionare all’interno della varietà, ma una scelta delle varietà migliori mantenendo di conseguenza inalterata la struttura genetica dell’individuo. Per questo la variabilità genetica che è mantenuta conferisce alle varietà locali, resistenza alle malattie, resistenza agli stress ambientali, maggior adattamento ai cambiamenti climatici e caratteristiche qualitativo – organolettiche migliori.
Tuttavia per non perdere la purezza del seme e le caratteristiche di una determinata varietà, è necessario che attraverso la riproduzione i genitori e i figli, abbiano le stesse caratteristiche esteriori corrispondenti. Per ottenere questo occorre evitare che sulla pianta portaseme (femminile), giunga polline (maschile) di altre varietà il quale determinerebbe un incrocio di vari caratteri e la conseguente perdita delle caratteristiche peculiari della varietà in oggetto. Per scongiurare eventuali fenomeni d’ibridazione, in relazione anche alle caratteristiche fiorali della specie, possono essere adottate tecniche d’isolamento opportune.

D) La rivoluzione verde
Con la riscoperta delle leggi di Mendel (all’inizio del 1900), che spiegano il meccanismo attraverso il quale si verifica la trasmissione dei caratteri da una generazione all’altra, sono avvenuti due grandi cambiamenti. In primo luogo la selezione è passata dai campi degli agricoltori ai centri di ricerca. Per questo quello che è stato fatto da moltissimi agricoltori in svariati luoghi per millenni, cominciò a essere fatto dagli scienziati nei centri di ricerca. In secondo luogo la selezione per un adattamento locale (chiamata anche selezione massale) è stata gradualmente sostituita da una selezione per adattamento diffuso (selezione artificiale). Il risultato finale di questo cambiamento è stato lo sviluppo di varietà ad alto rendimento nei paesi più sviluppati attraverso un processo chiamato rivoluzione verde.
Con il termine rivoluzione verde (coniato nel 1968) s’intende quella strategia di sviluppo dell’agricoltura basata sulla selezione di nuove colture, sull’utilizzo di concimi e pesticidi e l’applicazione della meccanizzazione e della pratica irrigua. Ed è proprio grazie alla rivoluzione verde che ha avuto inizio lo sviluppo delle varietà moderne. Quindi le vecchie varietà costituite da un insieme di individui geneticamente diversi e appartenenti alla stessa specie, poco produttive e con una base genetica larga, intorno al 1940 – 1950, sono state gradualmente sostituite dalle varietà moderne costituite da individui geneticamente molto simili tra loro, più produttive, caratterizzate da una base genetica più stretta e concepite per rispondere meglio ai sistemi agricoli più industriali basati sull’utilizzo di maggiori input energetici e chimici (uso di concimi, diserbanti, meccanizzazione più spinta ecc.). Tutto questo ha determinato anche un passaggio da sistemi agricoli tradizionali ecocompatibili e più rispettosi dell’ambiente a sistemi agricoli industriali ad alto impatto ambientale.
Come risultato finale di questo processo è stato la perdita di numerose vecchie varietà che pian piano sono state sostituite da poche varietà moderne cui è seguita una notevole diminuzione della biodiversità. Si calcola che nei paesi, dove il processo della Rivoluzione Verde è stato più incisivo sia scomparso dal 60 al 90% di vecchie varietà appartenenti alle più comuni specie agrarie.
Questo processo oggi chiamato di erosione genetica ha determinato la perdita di una serie di risorse genetiche vegetali e quindi di biodiversità, che nei millenni gli agricoltori attraverso il processo di addomesticamento hanno contribuito a incrementare.
Tuttavia mentre da una parte la Rivoluzione Verde causava la perdita di biodiversità, dall’altra è stata reperita e conservata nelle banche genetiche (oggi chiamate banche del germoplasma) tutta una serie di varietà antiche al fine di poterle salvare dal processo di erosione genetica e poterle utilizzare come materia prima per il lavoro di miglioramento genetico delle specie vegetali. Le banche dei semi sono oggi un interessante serbatoio per la conservazione della biodiversità e di tutte quelle risorse genetiche vegetali che per millenni gli agricoltori hanno selezionato, biodiversità che può essere utilizzata in ogni momento in particolari situazioni critiche alimentari, energetiche, climatiche ecc.

E) Legge Sementiera 1096/71
La più grande perdita di biodiversità e delle risorse genetiche vegetali, si è verificata intorno al 1970, quando sono state costituite la prime industrie sementiere e di conseguenza la selezione delle specie vegetali è passata dagli organismi pubblici a quelli privati nel corso del quale vi è stata la necessità di proteggere le sementi moderne da un processo di
brevettazione. Tutto questo è poi culminato nella stesura della cosiddetta Legge Sementiera 1096/71, ossia quella legge che regola l’impiego delle sementi in Italia e nei paesi della Comunità Europea. La Legge istituisce anche il Registro nazionale delle varietà, il quale a livello comunitario confluisce nel Catalogo Comunitario delle varietà vegetali. La legge sementiera, ormai applicata in tutti i paesi aderenti, afferma che le sementi per essere commercializzate è necessario che la varietà sia iscritta al Registro Nazionale delle varietà o al Catalogo Comunitario delle varietà. Inoltre le varietà di cui si chiede l’iscrizione, devono possedere delle caratteristiche ben precise, ossia devono essere:

1) Distinte tra di loro.

2) Stabili dal punto di vista genetico.

3) Sufficientemente omogenee.

4) Possedere un valore agronomico o di utilizzo soddisfacente.

Le varietà antiche, per la natura di come sono fatte, non possono avere tutte queste caratteristiche contemporaneamente. Questo perché le varietà antiche posseggono un’ampia base genetica, la quale risulta difficilmente superabile dal punto di vista agronomico nelle rispettive zone d’origine della varietà, perché derivanti da un processo di selezione semplice attuata dagli agricoltori fin dalle epoche più antiche. Per questi motivi le varietà locali, a causa di queste motivazioni pian piano nel corso degli anni sono state abbandonate e soppiantate dalle varietà moderne oggi prevalentemente vendute dalle principali industrie sementiere e multinazionali del settore.
Per cui ciò che gli agricoltori avevano fatto per millenni, improvvisamente è diventato illegale, perché le varietà antiche non potendo essere iscritte ad un registro varietale (per la mancanza delle caratteristiche su indicate), non erano più commerciabili ai fini di vendita. In altri termini possiamo affermare che il processo di selezione artificiale, accompagnato dalla stesura della legge sementiera, ha fatto si che alcune specie fossero protette dal punto di vista della scienza, mentre le altre rimaste orfane sono state dimenticate. Infine tutte quelle piccole ditte sementiere che fino ad ora avevano collezionato i semi in istituti pubblici, sono state soppiantate dalle grandi Multinazionali capaci di acquistare a prezzi molto più competitivi sul mercato poche varietà moderne da seme.

F) La convenzione sulla biodiversità del 1992 e il Trattato delle Risorse Fitogenetiche del 2001
Verso la fine degli anni 80 e gli inizi degli anni 90, quando il processo di erosione genetica aveva ormai raggiunto livelli drammatici e la perdita delle risorse genetiche cominciava ad essere irreversibile, tutte le comunità internazionali cominciarono ad interrogarsi sul problema riguardante il recupero e la valorizzazione delle antiche varietà. L’interrogativo iniziò ad emergere a seguito di una serie di problemi di carattere biologico, climatico e fitosanitario che cominciavano a manifestare le varietà moderne a seguito anche ai grossi cambiamenti demografici ed economici che tutto il Mondo stava subendo. Le varietà moderne, eccellenza della ricerca e delle Multinazionali, caratterizzate da una notevole omogeneità ed uniformità genetica cominciarono a non essere più adattabili ad un ambiente che in quegli anni tendeva a modificarsi continuamente manifestandosi più suscettibili alle malattie e agli stress ambientali.
Per questo si cominciò a ricercare nelle vecchie varietà e nelle risorse genetiche, quei caratteri ereditari e genetici che avrebbero permesso di superare queste problematiche in un Mondo che stava attraversando dei grossi cambiamenti.
Il problema della salvaguardia della biodiversità, è stato sollevato all’attenzione dell’opinione pubblica e della comunità internazionale con la Convenzione sulla Biodiversità, svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992. Essa rappresenta il primo atto formale di impegno da parte di tutti i paesi Firmatari per la tutela delle risorse genetiche vegetali sul proprio territorio. Gli obbiettivi della Convenzione si possono sintetizzate in 3 punti.

  1. Conservazione della biodiversità.
  2. Uso sostenibile delle risorse genetiche.
  3. Ripartizione dei benefici derivante dalla sua utilizzazione.

In estrema sintesi un passo della Convenzione recita testualmente “La conservazione della biodiversità, è responsabilità dei paesi in cui essa sussiste; da questa sovranità nazionale sulle risorse genetiche, deriva il dovere di conservazione ed uso sostenibile delle vecchie varietà, anticipando forme di compartecipazione agli utili derivanti dall’uso della biodiversità che potrebbero prendere forma di transazioni monetarie, oppure di trasferimento di tecnologie, o di titolarietà di diritti di proprietà intellettuale”.
La Convenzione sulla Biodiversità, sottolinea l’importanza della diversità biologica per la sopravvivenza dell’uomo e individua nell’uso durevole dei suoi componenti uno dei obbiettivi principali che ogni stato firmatario si impegna a svolgere attraverso delle politiche interne di sviluppo. La Convenzione sulla Biodiversità è stata firmata da 168 paesi, e di questi ad oggi l’hanno ratificata in 158. In Italia la ratifica è avvenuta con la Legge 124/1994.
Alla Convenzione sulla Biodiversità, è seguita la stesura di un altro documento internazionale di grande importanza sia in termini di principi che di effetti sui paesi firmatari. Si tratta del Trattato  internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura adottato nel corso della riunione della FAO tenutasi a Roma il 3 novembre 2001. Questo documento, ratificato dall’Italia con la Legge 101/2004 approfondisce il contenuto della Convenzione sulla Biodiversità, trattando in maniera specifica le sole varietà locali facenti parte della storia agricola.
Infatti in un articolo il documento cita “Gli obbiettivi del presente trattato sono la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura, nonché un’equa e giusta condivisione dei vantaggi derivanti dalla loro utilizzazione in armonia con la Convenzione sulla Biodiversità, per l’agricoltura sostenibile per la sicurezza alimentare”.
In funzione di un’equa e giusta condivisione dei vantaggi derivanti dall’uso delle risorse fitogenetiche, deriva una forma di compenso che il trattato prevede per i paesi detentori e utilizzatori della biodiversità.

G) Le leggi regionali italiane
Una delle conseguenze più immediate che si sono avute a livello italiano, a seguito della ratifica del Trattato sulle Risorse Fitogenetiche, è stata l’approvazione di alcuni progetti nazionali e interregionali sulla biodiversità. Alcune regioni italiane infatti si sono attivate attraverso l’emanazione di specifiche leggi regionali volte alla tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario, zootecnico e forestale. A livello attuale sono 7 le regioni che hanno una propria legge:

  • Regione Toscana: Legge Regionale 50/1997 “Tutela delle risorse genetiche autoctone”, ad oggi modificata e migliorata nella Legge Regionale 64/2004 “Tutela e valorizzazione del patrimonio di razze e varietà locali di interesse agrario, zootecnico e forestale”.
  • Regione Lazio: Legge Regionale 1/2001 “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario”.
  • Regione Umbria: Legge Regionale 25/2001 “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario”.
  • Regione Friuli Venezia Giulia: Legge Regionale 11/2002 “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario e forestale”.
  • Regione Marche: Legge Regionale 12/2003 “Tutela delle risorse genetiche animali e vegetali del territorio marchigiano”.
  • Regione Emilia – Romagna: Legge Regionale 1/2008 “Tutela del patrimonio di razze e varietà locali di interesse agrario del territorio emiliano – romagnolo”.
  • Regione Basilicata: Legge Regionale 26/2008 “Tutela delle risorse genetiche autoctone vegetali ed animali di interesse agrario”.

H) L’esempio della regione Toscana
La regione Toscana è stata la prima ad emanare una legge a difesa della biodiversità promulgando una normativa sulla Tutela delle risorse genetiche autoctone (L.R. 50/1997). Dopo 7 anni di attività in questo ambito, è stato necessario ancora di più rafforzare l’attività di salvaguardia della biodiversità, ed è per questo che la regione Toscana è riuscita a promulgare un’altra legge che rafforza e sostituisce la precedente, introducendo anche il concetto di valorizzazione delle varietà antiche. Per questo siamo arrivati alla costituzione della Legge Regionale 64/2004 “Tutela e Valorizzazione del patrimonio di razze e varietà locali, d’interesse Agrario, Zootecnico e Forestale”.
La legge del 2004, partendo dall’esperienza acquisita con la legge precedente del 1997, introduce non solo in concetto di salvaguardia e valorizzazione delle risorse genetiche, ma riporta anche le seguenti finalità principali:

  • La tutela del patrimonio di razze e varietà locali è importante non solo sotto il profilo economico e scientifico ma anche culturale. Infatti, l’estinzione di una parte delle risorse genetiche autoctone non sarebbe solo una perdita del patrimonio unico e irripetibile, ma inciderebbe anche sulla cultura e sulle tradizioni di un popolo, legate alle proprie tradizioni rurali e agrarie del territorio. Inoltre la conservazione in campo agrario e zootecnico, si rivela strettamente connessa alla politiche di valorizzazione della qualità e della tipicità delle produzioni agroalimentari.
  • Le razze e varietà locali appartengono al patrimonio naturale di interesse agrario, zootecnico e forestale della Toscana, ossia rappresentano quella parte degli elementi naturalistici che caratterizzano il territorio e che ne sono una ricchezza. Per questo la regione ne garantisce l’utilizzazione collettiva attraverso i vari strumenti messi a disposizione.

Il sistema, infatti, in cui si articola la legge, prevede due tipi d’intervento, di cui uno indirizzato verso la tutela e l’altro indirizzato verso la valorizzazione del patrimonio genetico locale.
In favore della tutela delle razze e varietà locali, la legge regionale, ha previsto 4 strumenti collegati  tra loro:

  1. Il Repertorio Regionale. Il Repertorio Regionale consiste in una banca dati in cui sono raccolte tutte le varietà locali toscane fino ad oggi identificate. Le varietà catalogate e descritte nel Repertorio Regionale, sono state iscritte grazie all’attività di Università, Istituti di Ricerca, associazioni di agricoltori, singoli cittadini, liberi professionisti, hobbisti e amatori e dalla regione stessa. A oggi le varietà locali iscritte al Repertorio Regionale sono circa 750, di cui oltre 600 a rischio d’estinzione. L’iscrizione della varietà antica al Repertorio Regionale, è strettamente dipendente alla presenza della caratterizzazione della varietà stessa oggetto di domanda, sia dal punto di vista morfologico (talvolta anche genetico), sia dal punto di vista del legame con la cultura contadina e la tradizione agricola locale. Inoltre tale iscrizione dipende anche dall’interesse esistente verso la varietà da tutelare ed è anche determinata dal suo grado di rischio d’estinzione. La definizione a rischio d’estinzione, varia da specie a specie.
  2. La Banca Regionale del Germoplasma. La Banca Regionale del Germoplasma, è volta ha garantire la tutela tramite la conservazione ex situ delle specie autoctone vegetali antiche iscritte al Repertorio Regionale della Regione Toscana.
  3. I Coltivatori Custodi. Sono i soggetti che provvedono alla conservazione in situ delle risorse genetiche a rischio d’estinzione iscritte al Repertorio regionale della Regione Toscana.
  4. La Rete di Conservazione e Sicurezza. Questo strumento nasce allo scopo di mettere in rete sia i Coltivatori Custodi, sia la Banca Regionale del Germoplasma e sia tutti gli altri soggetti che possono essere interessati a vario titolo alla conservazione di una particolare varietà antica a rischio d’estinzione. Gli altri soggetti che ne possono far parte, sono mossi da motivazioni che vanno oltre a quelle prettamente scientifiche, come l’interesse culturale, gastronomico o legato al rilancio turistico per la valorizzazione di una zona depressa. Infatti, la Rete è un luogo dove si tenta di mettere a punto tutte quelle azioni volte a garantite un uso durevole nel tempo delle varietà antiche. I soggetti aderenti alla rete (Coltivatori Custodi, Sezioni di Banca e altri) svolgono attività di conservazione sia in situ che ex situ delle varietà locali a rischio d’estinzione e le rimettono in circolazione nell’ambito della Rete stessa. Infatti, dall’attività della Rete di conservazione e sicurezza, deriva l’importanza della circolazione del materiale di propagazione ai fini della conservazione della biodiversità. Tuttavia per rispettare la legislazione in materia di commercializzazione dei sementi, è permessa solo all’interno della Rete stessa la circolazione di solo modiche quantità, intendendo per modica quantità che ciascun agricoltore può cedere annualmente, pari a quella necessaria per istituire una coltivazione. Le modiche quantità sono definite per specie, e la circolazione è soggetta a dei severi controlli presso tutti i soggetti aderenti. Inoltre la circolazione deve avvenire senza scopo di lucro e in ambiti geografici ben definiti. Lo scopo principale della circolazione del materiale, è solo quello di mantenere e riprodurre varietà locali a rischio d’estinzione.

In favore invece della valorizzazione delle razze e varietà locali, la legge regionale, ha previsto uno strumento molto importante:

1) Il Contrassegno Regionale.
Il Contrassegno Regionale riporta la seguente dicitura: Ottenuto da varietà locali e può essere apposto nell’etichetta di un prodotto fresco o trasformato, ottenuto da varietà antiche a rischio d’estinzione iscritte ai Repertori Regionali della Toscana. Esso è concepito con la finalità di tutelare il diritto d’informazione e di scelta del consumatore il quale acquistando un prodotto che riporta tale contrassegno, sa che è stato ottenuto da una razza o varietà locale a rischio d’estinzione e così facendo partecipa alla salvaguardia del patrimonio della biodiversità.

Anche nelle altre regioni italiane (Lazio, Umbria, Friuli, Marche, Emilia – Romagna e Basilicata) che si sono dotate di una legge regionale, vi sono gli stessi strumenti di tutela e valorizzazione della biodiversità tra cui: Repertori/Registri nazionali delle razze e varietà locali; le Banche del Germoplasma; i Coltivatori Custodi; la Rete di Conservazione e Sicurezza ecc.

I) Le varietà da conservazione
Mentre nelle varie regioni italiane venivano emanate delle leggi a tutela e valorizzazione della biodiversità agraria, la Comunità Europea nel 1998 introdusse per la prima volta all’interno della legge sementiera il concetto di varietà da conservazione. Con il termine di Varietà da Conservazione, s’intendono tutte le varietà adatte alle condizioni locali e regionali, minacciate dal rischio d’estinzione per cui esiste un interesse alla commercializzazione delle sementi.
Per questo possiamo affermare che il termine Varietà da Conservazione è sinonimo di varietà locale a rischio d’estinzione. La stessa Comunità Europea inoltre ha introdotto la possibilità d’iscrizione delle Varietà da Conservazione in un’apposita sezione del Registro nazionale delle varietà o del Catalogo Comunitario Europeo, rendendone di fatto possibile la loro commercializzazione. Questa possibilità d’iscrizione molto importante per la salvaguardia della diversità genetica, ha incontrato molti ostacoli in fase di attuazione, attribuibili alla mancanza di norme tecniche chiare e condivise.
Per ovviare alla confusione che si era creata al riguardo l’iscrizione delle Varietà da Conservazione, al Registro Nazionale delle Varietà o al Catalogo Comunitario delle varietà vegetali, sono state stabilite alcune caratteristiche che devono possedere tali varietà per essere iscritte. Esse sono:

1) Le Varietà da Conservazione, sono varietà locali di specie a rischio d’estinzione, iscritte ai Repertori Regionali delle risorse genetiche.

2) Sono considerate locali ossia autoctone.

3) Devono essere distinte per un numero minimo di caratteri, individuati tra quelli considerati indispensabili per il riconoscimento della specie.

4) Il grado di omogeneità deve essere quelle individuato durante la caratterizzazione morfologica delle varietà e deve essere dichiarato in fase di registrazione per la loro commercializzazione.

5) Devono essere soggette a dei rigorosi controlli.

6) Per ogni varietà, deve essere definita l’area geografica di origine, di conservazione e di commercializzazione in maniera coincidente.

7) Il grado di autoctonia, deve essere dimostrato da un’indagine storica, documentale e bibliografica, attraverso interviste locali, dimostrando inoltre il legame con la tradizione e la culturale contadina locale.

Tuttavia mentre la Comunità Europea, si stava dibattendo su come iscrivere le varietà da conservazione al Registro delle varietà vegetali, la Regione Toscana, in seguito alla mancanza di una normativa specifica per quanto riguarda tali varietà, e dovendo affrontare nell’ambito del territorio tutte le problematiche legate alla conservazione delle varietà antiche, introdusse uno strumento estremamente innovativo, culminato nella stesura del Registro Regionale delle Varietà da Conservazione.
In pratica la legge Toscana, cercò di collocare il Registro delle Varietà da Conservazione, nell’ambito della normativa nazionale e comunitaria già esistente, ma con dei punti di forza in più che sono: il Repertorio Regionale, I Coltivatori Custodi, la Banca Regionale del Germoplasma e la Rete di Conservazione e Sicurezza.
Tuttavia però in fase di redazione del regolamento di attuazione della legge regionale 64/2004, l’art. 10 sul registro regionale delle varietà da conservazione è stato stralciato in quanto nel frattempo furono emanate due Direttive comunitarie sulla possibilità di iscrivere le varietà da conservazione ai Registri per le varietà da conservazione.
Secondo queste 2 Direttive, le varietà da conservazione, per essere iscritte al registro omonimo devono seguire una procedura di accettazione ufficiale la quale deve tener conto di specifiche caratteristiche ed esigenze qualitative. In particolare si tiene conto dei risultati di valutazioni non ufficiali e delle conoscenze acquisite con l’esperienza pratica durante la coltivazione, la riproduzione e l’impiego e anche una serie di descrizioni dettagliate delle varietà e dei loro nomi comuni, così come sono stati notificati dagli Stati Membri. Queste caratteristiche sono sufficienti a escludere dall’obbligo di un esame ufficiale della varietà prima di essere iscritta al registro. Da queste definizioni si evince chiaramente che le varietà da conservazione a livello normativo non possono per loro natura rispondere in maniera completa ai requisiti richiesti dalle comuni varietà agrarie. Per questo occorre fare alcune deroghe sulla loro omogeneità genetica e sul loro valore agronomico.
A oggi la Direttiva CE 62/2008 che riguarda il Registro delle varietà da conservazione per le specie agrarie (frumento, orzo, segale, mais, patata, foraggere, piante tintoree ecc.), è stata recepita dallo stato italiano con il Dlgs 149 del 29 ottobre 2009. Mentre la Direttiva CE 145/2009 relativo al Registro delle varietà da conservazione per le specie ortive (fagiolo, cece, pisello, pomodoro, melanzana, peperone, cocomero, melone, zucchina, zucca, cavolo, bietola, aglio, cipolla, cicoria, lattuga, carota, zafferano ecc.) è stata sempre recepita dallo stato italiano con il Dlgs 267/2010.
In Italia sono ben 9 le varietà da conservazione di specie agrarie (in particolare mais) e 8 le varietà da conservazione di specie ortive iscritte negli appositi registri. L’applicazione di questo decreto permetterebbe alle piccole ditte sementiere interessate di provvedere alla commercializzazione delle specie agrarie su esposte, previa iscrizione della varietà al registro specifico.
Quello che ancora manca a livello italiano (come stato membro dell’Unione Europea) è il decreto attuativo che permetterebbe di attuare e regolare la commercializzazione delle sementi antiche, secondo quanto previsto dall’Art. 19-bis della legge sementiera 1096/71. La mancanza di questo decreto, tende ha bloccare attualmente la loro commercializzazione ma non l’iscrizione al Registro delle Varietà da Conservazione e l’eventuale scambio gratuito tra gli agricoltori.

L) Cosa possiamo fare?
Gli interventi che possono essere messi in atto attualmente al fine di sbloccare questo stallo legislativo e di conseguenza permettere di nuovo la diffusione delle sementi antiche, si possono individuare sia in interventi di carattere istituzionale e pubblico e interventi di natura privata da parte degli agricoltori o comunque delle comunità locali.

Tra gli interventi di carattere istituzionale e pubblico ricordiamo:

1) Il rafforzamento della Rete di Conservazione e Sicurezza.
Nelle regioni italiane dove è attiva una legge regionale di tutela della biodiversità è di fondamentale importanza rafforzare questo strumento al fine di garantire una maggiore circolazione del materiale genetico dei semi a livello locale tra i soggetti aderenti alla rete.

2) Iscrivere le Varietà da Conservazione al registro.
Pur mancando il decreto di attuazione del governo che ne disciplinerebbe la commercializzazione, tuttavia è attualmente possibile iscrivere le Varietà da Conservazione al registro. La registrazione della Varietà da Conservazione risulta:

a) Gratuita a costo 0 e con pochi mesi di attesa.

b) Può essere fatta da qualsiasi agricoltore o associazione, purché venga allegata alla domanda d’iscrizione una descrizione botanica, storica e bibliografica delle varietà tradizionale in oggetto.

c) Lo scambio delle sementi resta comunque garantito, perché se non si vendono non si entra nel campo di applicazione della legge.

d) L’iscrizione non determina la brevettazione della varietà (perché le varietà locali sono di dominio pubblico), ma implica dei controlli di natura biologica (germinabilità e vitalità dei semi), qualitativa e fitosanitaria

3) Favorire l’applicazione dell’Art 19-bis della Legge Sementiera 1096/71
L’applicazione di questo articolo e del decreto attuativo permetterebbe di poter commercializzare di nuovo le sementi antiche, previa iscrizione al registro e di non essere più considerate illegali.

Infine tra gli interventi di natura privata o da parte delle comunità locali ricordiamo:

1) Incrementare i circuiti locali di produzione e consumo e di vendita attraverso la filiera corta.
Queste iniziative messe appunto in mercati, spacci, gruppi d’acquisto solidale (GAS), sostenute a livello regionale e dagli Enti Locali, offrono la possibilità da una parte di garantire un reddito agli agricoltori e dall’altra di offrire l’opportunità per il cittadino – consumatore di riscoprire le tradizioni e la conoscenza locale attraverso l’acquisto di prodotti ottenuti da varietà locali.

2) Incentivare le iniziative di scambio delle sementi
Lo scambio gratuito dei semi tra gli agricoltori è il miglior sistema da attuare al fine di reintrodurre una varietà antica nel suo territorio d’origine al fine di evitarne la sua definitiva scomparsa.

3) Favorire l’autoriproduzione delle sementi tradizionali. Se pur si tratta di una pratica molto complessa, costosa e impegnativa, l’autoriproduzione delle sementi è quella tecnica di riproduzione che garantisce ad una varietà antica di propagarsi all’infinito e di non estinguersi mai.

Recentemente è stata approvata a livello italiano la Legge Nazionale sulla biodiversità. Auspichiamo che tale legge oltre a rafforzare quelle regionali già presenti, permetta di coordinarle tra di loro e soprattutto favorisca e incrementi la salvaguardia delle varietà locali.

BIBLIOGRAFIA:
1) Bartoli M, Longhi F., Bazzanti N., Turchi R., 2010. La tutela e la valorizzazione del patrimonio di razze e varietà locali in Toscana. ARSIA – Regione Toscana, Edizione aggiornata, Firenze.

2) Cerretelli G., Vazzana C., 1995. Un seme, un ambiente: manuale di autoriproduzione delle sementi. Regione Toscana – Giunta regionale, Dipartimento di Agricoltura e Foreste, Edizioni Regione Toscana, Firenze.

3) Olivucci A., 2012. Internet. Biodiversità anarchica (e lucrativa).

4) Rete dei semi rurali, 2011. Semi locali semi legali. Notiziario bimestrale.

5) Shiva V., et al 2012. La libertà dei semi. Rapporto globale dei cittadini. Navdanya International Firenze.

 

 

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